Torino, Askatasuna: Il Silenzio del Comune Sotto Accusa

Il silenzio che emana dall’amministrazione comunale di Torino, in merito alla complessa vicenda del centro sociale Askatasuna in corso Regina Margherita 47, si configura come una grave omissione, denunciata con forza dai promotori del patto di collaborazione interrotto.

L’edificio, occupato per quasi tre decenni e successivamente sgomberato il 18 dicembre scorso, rappresenta un nodo cruciale per la comunità locale e per il dibattito più ampio su spazi pubblici, autogestione e diritto alla città.
L’interruzione del patto, siglato dopo due anni di interlocuzioni costruttive con l’amministrazione, appare ai proponenti come un atto brusco e inspiegabile, un’inversione di rotta che ignora le aspettative e le richieste del quartiere.
La comunicazione, ridotta a un messaggio email di poche righe, denota una mancanza di rispetto verso un percorso condiviso che aveva generato fiducia e speranza.

La preoccupazione principale dei proponenti non si limita ai danni materiali all’edificio, che richiedono un’ispezione formale da parte del Comune, ma si estende alla perdita di uno spazio sociale cruciale per il quartiere.
La presenza di una forte presenza di forze dell’ordine nell’area, percepita come una forma di controllo indiscriminato, limita la libertà di movimento dei residenti, inclusi i genitori che accompagnano i propri figli a scuola, generando un clima di tensione e incertezza.
La vicenda solleva interrogativi fondamentali sul ruolo delle istituzioni di fronte a forme di aggregazione sociale autogestite e sulla necessità di trovare un equilibrio tra ordine pubblico e diritto all’espressione democratica.
L’accusa rivolta all’amministrazione è quella di una gestione autoritaria, che misconosce il valore di un centro sociale riconosciuto e co-progettato con le istituzioni, e che equipara un’iniziativa di inclusione sociale a un atto di sovversione.
I proponenti rivendicano con forza il diritto del quartiere e della città ad avere spazi democratici, luoghi di incontro, di partecipazione e di sperimentazione sociale, al di là di logiche di controllo e repressione.
Il silenzio del sindaco, in questo contesto, si trasforma in un atto di responsabilità mancante, un’occasione persa per aprire un tavolo di confronto e per ricostruire un dialogo interrotto, al fine di trovare soluzioni condivise che tengano conto delle esigenze della comunità e che favoriscano la riconciliazione e la riappropriazione di uno spazio pubblico cruciale per la vita del quartiere.

L’azione dei proponenti non si esaurisce con lo sgombero, ma si configura come un impegno continuo per la rivendicazione di un diritto fondamentale: il diritto alla città, alla democrazia partecipativa e alla creazione di spazi di aggregazione sociale.

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