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Cima Falkner: Distacco Roccioso, Allarme e Monitoraggio Scientifico

Il recente episodio di distacco roccioso a Cima Falkner, nelle Dolomiti di Brenta, si presenta come un’evoluzione significativa di un fenomeno geologico in atto, ben più complessa di un mero crollo isolato.
Le dinamiche osservate, con un secondo distacco del primo agosto caratterizzato da una potenza stimata in 32 volte superiore all’evento del 27 luglio, richiedono un’analisi approfondita e una comprensione delle dinamiche che ne stanno determinando l’intensità.
Il primo agosto, tra i 300 e i 400 metri cubi di roccia si sono staccati, a fronte dei 36.000 metri cubi coinvolti nel distacco precedente, un dato che, sebbene apparentemente ridotto in termini volumetrici, si traduce in un incremento esponenziale dell’energia rilasciata.

La registrazione sismografica ha rilevato una magnitudo uno per il primo evento e una magnitudo due per il secondo, un aumento significativo che testimonia l’intensificazione del processo di frana.
Questo incremento non è lineare, ma riflette una relazione logaritmica tra magnitudo e potenza, dove un aumento di una unità di magnitudo corrisponde a una moltiplicazione della potenza di circa 32 volte.
L’evento non deve essere interpretato come una catastrofe imminente, bensì come una fase di trasformazione del paesaggio alpino, un processo morfogenetico che impone una revisione delle pratiche di fruizione del territorio.

Come sottolineato dal dirigente generale del Dipartimento Protezione Civile, foreste e fauna, Stefano Fait, è necessario un approccio consapevole e proattivo per minimizzare i rischi futuri e garantire la sicurezza di escursionisti e residenti.

Per supportare questo sforzo, sono state attivate collaborazioni scientifiche di alto livello.

L’Università di Firenze, guidata dal geologo Nicola Casagli, condurrà un’analisi dettagliata basata su dati satellitari, mirata a ricostruire l’evoluzione del fronte di instabilità.
L’Università Milano-Bicocca, con il professor Giovanni Crosta, utilizzerà droni per realizzare rilievi topografici ad alta risoluzione, fondamentali per monitorare i movimenti della roccia e identificare nuove aree a rischio.

Questi dati, integrati con le informazioni provenienti dai sensori a terra, permetteranno di creare modelli predittivi sempre più accurati.
La pericolosità residua, tuttavia, è innegabile.

Mauro Zambotto, dirigente del Servizio geologico della Provincia di Trento, ha chiarito che ulteriori distacchi sono probabili, sebbene, si spera, di minore intensità, data la progressiva riduzione del volume di roccia ancora instabile, stimato attualmente in circa 200 metri cubi in meno rispetto alle prime stime post-crollo.

La chiusura dei sentieri Benini (305) e 331 rimane necessaria per garantire la sicurezza pubblica e permettere alle équipe scientifiche di operare in condizioni ottimali.
L’evento a Cima Falkner rappresenta un campanello d’allarme, un monito alla crescente vulnerabilità dei sistemi montani, esposti a fenomeni sempre più intensi e complessi a causa dei cambiamenti climatici e delle pressioni antropiche sul territorio.

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