Il progetto Venuscancer, una ricerca globale pionieristica pubblicata su The Lancet, rivela un mosaico complesso e profondamente disomogeneo nell’assistenza oncologica femminile, delineando disparità cruciali che compromettono la sopravvivenza e la qualità di vita di milioni di donne in tutto il mondo.
Realizzato dal Cancer Survival Group della London School of Hygiene e Tropical Medicine, con il supporto del European Research Council e la collaborazione del Centro di riferimento oncologico di Aviano, lo studio rappresenta il primo tentativo di quadro globale sui percorsi di cura per tre delle neoplasie più diffuse tra le donne: cancro al seno, tumore cervicale e tumore ovarico.
L’analisi, che ha coinvolto oltre 275.000 donne residenti in 39 nazioni nel periodo 2015-2018, ha messo in luce come l’aderenza alle linee guida internazionali consolidate nell’oncologia vari drasticamente da paese a paese.
Questo non si traduce semplicemente in differenze nei trattamenti specifici, ma in una fondamentale divergenza nella fase diagnostica, con ripercussioni dirette sulla prognosi.
Una delle scoperte più allarmanti è la significativa differenza nella percentuale di diagnosi precoci.
Nelle nazioni ad alto reddito, più del 40% delle donne riceve una diagnosi in fase iniziale, mentre questa percentuale crolla a meno del 20% nei paesi a basso e medio reddito, un dato che evidenzia un gap drammatico nella capacità di screening e nella tempestività dell’intervento medico.
Solo Cuba e la Russia emergono come eccezioni parziali, pur non raggiungendo i livelli dei paesi più sviluppati.
Questa disparità diagnostica si riflette direttamente nella progressione della malattia.
Nei paesi a basso e medio reddito, si osserva una maggiore prevalenza di tumori metastatici (fino al 44% nel cancro al seno), e una proporzione significativamente più alta di tumori cervicali e ovarici diagnosticati in stadi avanzati, quando le opzioni terapeutiche sono limitate e la sopravvivenza è compromessa.
Claudia Allemani, responsabile del progetto Venuscancer, sottolinea come questi dati forniscano una base empirica solida per informare e guidare le politiche internazionali di controllo del cancro, richiedendo un impegno concertato per migliorare l’accesso a screening di qualità, la formazione del personale sanitario e la diffusione di tecnologie diagnostiche avanzate, soprattutto nelle regioni più svantaggiate.
La ricerca non si limita a quantificare le disparità, ma ne evidenzia le implicazioni per la salute globale, suggerendo che l’eliminazione di queste iniquità rappresenta una sfida cruciale per la promozione della salute femminile e la riduzione delle disuguaglianze sanitarie a livello mondiale.
La consapevolezza di queste differenze, con il supporto di dati concreti, è il primo passo verso un futuro in cui l’accesso a cure oncologiche efficaci e tempestive sia un diritto universale, e non un privilegio geografico.






