sabato 30 Agosto 2025
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Trieste

Boris Pahor: Omaggio a una memoria, un impegno per il futuro.

A Capodistria, città crocevia di identità e memorie, si è celebrato un omaggio a Boris Pahor, figura imprescindibile della letteratura slovena e testimone lucido di un’epoca segnata da conflitti e sofferenze.
La commemorazione, che ha visto la ristampa della sua raccolta “Il mio indirizzo triestino” (1948), si è intrecciata con la riflessione sull’80/o anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale e della liberazione dei campi di concentramento, eventi che hanno profondamente segnato l’esperienza umana e che Pahor seppe raccontare con rara intensità.
“Il mio indirizzo triestino” non è semplicemente una silloge di prose brevi, ma rappresenta il punto di origine di una carriera letteraria che ha saputo coniugare l’introspezione personale con una profonda consapevolezza storica e sociale.
L’opera rivela il legame indissolubile di Pahor con Trieste, città di confine, di passaggio, di scontri culturali e linguistici, un palcoscenico privilegiato per osservare e interpretare le dinamiche identitarie del suo tempo.

La presenza del segretario di Stato del Primo Ministro sloveno, Vojko Volk, testimonia l’importanza attribuita a questa ricorrenza a livello istituzionale.
Tuttavia, l’evento ha assunto un significato ancora più profondo grazie al contributo della senatrice Tatjana Rojc, studiosa e amica di Pahor, che ha saputo cogliere l’essenza del suo magistero letterario.

Rojc ha sottolineato come la scrittura di Pahor, con la sua cruda onestà e la sua capacità di distillare l’esperienza del campo di concentramento in un messaggio universale, sia diventata un documento fondamentale per comprendere le ferite del passato e per riflettere sul presente.

La senatrice ha evidenziato l’urgenza di perpetuare l’eredità letteraria di Pahor attraverso iniziative come ristampe, nuove edizioni e studi critici, che ne preservino la rilevanza e la capacità di dialogare con le nuove generazioni.
La silloge in questione, secondo Rojc, incarna la linfa vitale dell’opera pahoriana, offrendo un ritratto impietoso e autentico dei sopravvissuti, individui sospesi tra le ombre del trauma e la speranza di un futuro migliore.

È un’impronta indelebile dell’esperienza concentrazionaria, un punto di partenza cruciale per la nascita di un autore di portata europea, capace di interrogare le fondamenta stesse della civiltà.
Il lavoro di Pahor non si limita a denunciare le atrocità del passato, ma si proietta verso il futuro, invitando alla riflessione e alla responsabilità.

La sua scrittura è un monito contro l’oblio e l’indifferenza, un appello alla memoria per costruire un mondo più giusto e umano.
La commemorazione a Capodistria è stata quindi un’occasione non solo per onorare la memoria di Boris Pahor, ma anche per rinnovare l’impegno a custodire e trasmettere il suo messaggio di speranza e di consapevolezza.

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