Un’importante restituzione di beni culturali ha arricchito il patrimonio nazionale, con la riconsegna di dodici manufatti di eccezionale pregio al Nucleo Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale di Venezia, destinati ai Musei Reali di Torino e alla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Venezia.
Questo evento, frutto di un’indagine complessa, illumina le dinamiche del traffico illecito di reperti archeologici e sottolinea l’impegno delle istituzioni nella salvaguardia del nostro passato.
Tra i ritrovamenti spicca un imponente cratere apulo a figure rosse, risalente al IV secolo a.
C.
, un’opera di dimensioni notevoli, alta circa 150 centimetri, che si inserisce tra gli esemplari più significativi conosciuti nel panorama della ceramica figurata dell’epoca.
L’eccezionalità del cratere non risiede solo nelle sue dimensioni, ma anche nella raffinatezza delle decorazioni a colori, con sovra-dipinture in bianco e giallo, che testimoniano l’abilità degli artigiani e l’importanza culturale di tali oggetti.
Accompagnano il cratere altri manufatti altrettanto significativi: un’idria e una kylix anch’esse decorate con tecniche diverse, un’oinochoe, una lekythos, una testina fittile, un’elegante tanagrina, due askòs – uno in terracotta e l’altro in bronzo – che ne evidenziano la versatilità della produzione ceramica e vascolare, una piccola statuetta di una kore in bronzo, uno specchio in osso finemente decorato a sbalzo e un balsamario in vetro verde chiaro, quest’ultimo testimonianza delle prime forme di vetreria artistica.
Le indagini, avviate nell’agosto 2024 dalla Procura della Repubblica di Venezia e condotte dal Nucleo TPC, hanno preso avvio da un’ispezione di un palazzo veneziano gravato da vincolo monumentale, un’operazione di routine che ha innescato un percorso investigativo inatteso.
Le perquisizioni successive, effettuate a Venezia e a Torino, in un’abitazione e in un’attività commerciale specializzata, hanno portato alla luce i reperti e al loro sequestro.
L’analisi dei manufatti suggerisce che siano il risultato di scavi clandestini, probabilmente condotti in contesti funerari di epoca antica.
Questi luoghi, protetti e sacri, sono stati violati per sottrarre beni di inestimabile valore storico e artistico, alimentando un mercato nero che impoverisce il patrimonio culturale dell’intera comunità.
Il percorso dei reperti, dopo la sottrazione, ha visto la loro ricettazione da parte di ignoti, prima di finire nelle mani dei loro ultimi proprietari, persone che, pur non essendo in possesso di titoli legittimi, si sono trovate coinvolte in una rete di illeciti.
La conclusione delle indagini ha portato, a marzo, alla decisione da parte della Procura di Venezia di disporre il dissequestro e la restituzione dei beni allo Stato.
Presi in consegna dalla Soprintendenza di Venezia e dai Musei Reali di Torino in attesa di una collocazione definitiva, i reperti saranno oggetto di un processo di valorizzazione museale, destinati ad arricchire il Museo Archeologico Nazionale Vito Capialbi di Vibo Valentia, un centro di eccellenza per lo studio e la conservazione del patrimonio archeologico calabrese.
L’evento testimonia l’importanza cruciale del lavoro sinergico tra forze dell’ordine, magistratura, soprintendenze e musei nella lotta al traffico illecito di beni culturali e nella tutela della memoria storica del nostro paese.

