La vicenda che coinvolge Robertino Zancan, noto orafo vicentino, si inserisce in un contesto allarmante di escalation criminale che attanaglia il territorio, segnato da una crescente audacia di bande specializzate.
L’episodio del 19 novembre, recentemente narrato direttamente dall’imprenditore, rappresenta il culmine di una serie di aggressioni subite, testimoniando un clima di insicurezza palpabile e una pericolosa perdita di controllo sulla percezione di sicurezza personale e imprenditoriale.
L’aggressione, consumatasi dinnanzi all’abitazione dell’orafo, non fu un tentativo casuale: Zancan riferisce di un’azione premeditata, frutto di un’attenta pianificazione e di una conoscenza pregressa della sua presenza in casa.
La reazione dell’imprenditore, che ha fatto uso della propria arma da fuoco per dissuadere gli intrusi, solleva interrogativi complessi sul diritto alla difesa e sui limiti della legittima difesa in situazioni di pericolo imminente.
La dinamica, seppur interpretata come un atto di autodifesa, è destinata a generare un dibattito giuridico e sociale sulla proporzionalità della reazione e sulla responsabilità del cittadino armato.
È significativo ripercorrere la cronologia degli eventi che hanno colpito Zancan. La rapina alla sua gioielleria di Ponte di Nanto, avvenuta il 3 febbraio 2015, con il tragico epilogo che vide la morte di Albano Cassol per mano del benzinaio Graziano Stacchi, rimane un punto di riferimento doloroso.
La successiva archiviazione dell’inchiesta a carico di Stacchi per eccesso colposo di legittima difesa ha rappresentato un precedente importante, alimentando un acceso dibattito sulla protezione del cittadino che reagisce in situazioni di pericolo.
L’episodio del 19 novembre, assieme al tentato colpo subito nell’azienda di Nanto lo scorso aprile, rivela un’evoluzione delle tecniche criminali.
L’utilizzo di un veicolo per forzare il portone aziendale, la mirata ricerca di accesso alle casseforti, la conoscenza degli orari e delle abitudini della vittima, sono elementi che suggeriscono una preparazione meticolosa e una professionalità inquietante.
L’intervento tempestivo di Zancan, avvisato dal sistema di sicurezza, ha sventato il secondo assalto, ma la denuncia conseguente per detenzione illegale d’arma evidenzia le complessità normative che gravano su chi, per necessità, si trova a difendere i propri beni e la propria incolumità.
La vicenda di Robertino Zancan non è un caso isolato, ma un sintomo di una crisi di sicurezza più ampia che richiede un approccio multidimensionale.
È necessario rafforzare la presenza delle forze dell’ordine sul territorio, migliorare i sistemi di sorveglianza, potenziare le tecnologie di prevenzione e, soprattutto, promuovere un dialogo costruttivo tra istituzioni, imprenditori e cittadini, al fine di ricostruire un clima di fiducia e di sicurezza che permetta di vivere la propria esistenza senza la costante paura di diventare vittima di atti criminali.
La tutela del diritto alla difesa, pur nella sua legittima applicazione, non può sostituire un sistema di sicurezza pubblica efficiente e capillare.








