L’operazione congiunta della Polizia Economico-Finanziaria di Treviso, in esecuzione di un decreto di sequestro preventivo urgente emesso dalla Procura Europea di Venezia, ha portato alla sospensione dei beni e delle attività finanziarie di Flavio Zanarella, un imprenditore padovano attivo nel settore del venture capital, e di altre cinque persone.
L’inchiesta, che si estende a province quali Treviso, Venezia, Padova, Brescia, Barletta-Andria-Trani e Bari, rivela un sofisticato sistema di frode e riciclaggio legato all’ottenimento illegittimo di finanziamenti europei e nazionali destinati al sostegno delle imprese.
L’azione giudiziaria, con l’aggravante di una pregressa indagine coordinata dalla Procura di Treviso che ha portato all’applicazione degli arresti domiciliari per Zanarella, si concentra su un quadro di presunta associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta, all’autoriciclaggio e alla malversazione di fondi pubblici, in particolare quelli gestiti da Simest, per un ammontare complessivo di circa 1,7 milioni di euro.
Il filone di indagine condotto dalla Procura Europea, tuttavia, si concentra specificamente sull’utilizzo improprio di fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), anch’essi finanziati e gestiti da Simest, con modalità sorprendentemente simili a quelle già impiegate per le frodi nazionali.
Il PNRR, uno strumento chiave per la ripresa economica post-pandemica e la transizione digitale, aveva lo scopo di fornire un impulso finanziario mirato a piccole e medie imprese e a imprese a media capitalizzazione, incentivando l’innovazione e lo sviluppo tecnologico.
La frode perpetrata, dunque, non solo rappresenta un danno economico diretto, ma nega anche alle imprese meritevoli l’accesso a risorse cruciali per la crescita.
L’indagine ha svelato un meccanismo fraudolento che si basava su false attestazioni.
Quattro società coinvolte hanno presentato documenti contraffatti, simulando l’esistenza di sedi operative inesistenti nel Sud Italia, gonfiando artificialmente la propria solidità finanziaria (nonostante fossero già in liquidazione giudiziaria) e dichiarando falsamente l’intenzione di realizzare progetti produttivi che non sono mai stati avviati.
Questa “ingegneria finanziaria” ha permesso di sottrarre risorse pubbliche, che sono state poi reindirizzate per saldare debiti pregressi o per finanziare il personale arricchimento degli indagati.
L’operazione sottolinea la crescente complessità delle frodi finanziarie transfrontaliere e la necessità di una collaborazione sempre più stretta tra le autorità giudiziarie nazionali ed europee per tutelare la legalità e garantire la corretta destinazione dei fondi pubblici, elemento imprescindibile per la costruzione di un’economia resiliente e sostenibile.
La vicenda solleva interrogativi cruciali sulla governance e sui controlli interni di Simest, che risulterebbero, di fatto, incapaci di prevenire l’appropriazione indebita di risorse destinate al sistema produttivo nazionale.