domenica 31 Agosto 2025
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Gaza: la protesta, un inizio, non la fine.

La complessità di Gaza, la sua sofferenza profonda, si rivela in modo ineffabile a chi ne incarna la quotidiana esistenza.

Un’esperienza che trascende la comprensione intellettuale, radicandosi nell’esito tangibile di una vita sospesa.
Condivido pienamente l’importanza di ogni forma di dissenso, di ogni voce che si leva per denunciare l’ingiustizia.

Tuttavia, un’inquietudine serpeggia: la paura che l’ardore iniziale, la mobilitazione emotiva che alimenta la protesta, si dissolva rapidamente, lasciando spazio all’inerzia, al ritorno alle dinamiche egoistiche che governano l’ordinario.
Questa riflessione, espressa dal regista Gianfranco Rosi in margine alla presentazione del suo film “Sotto le nuvole” alla Mostra del Cinema di Venezia, non è una semplice osservazione sulla manifestazione annunciata, ma un interrogativo più ampio sulla natura stessa dell’azione collettiva e sulla sua capacità di tradursi in cambiamento strutturale.

La protesta, per essere significativa, non può limitarsi a un momento di catarsi, a un’emissione di rabbia repressa.
Deve essere l’inizio di un percorso, un catalizzatore per una riflessione più profonda sulle cause profonde del conflitto, sulle responsabilità condivise, sulle possibili vie d’uscita da una situazione di stallo che si protrae da decenni.

Gaza non è solo un territorio geografico, ma un simbolo potente della fragilità umana, della vulnerabilità di chi è esposto alla violenza e all’oppressione.

È un luogo dove la dignità è costantemente minacciata, dove la speranza è spesso soffocata dalla disperazione.
E comprendere questa realtà richiede un’immersione che va oltre le notizie di cronaca, altrimenti si rischia di ridurre il conflitto a una serie di dati e cifre, perdendo di vista le storie individuali che lo compongono.

La paura di Rosi, quindi, non è una negazione del valore della protesta, ma un monito a non lasciarsi ingannare dalle apparenze, a non accontentarsi di soluzioni superficiali.
È un invito a trasformare l’indignazione in azione concreta, a costruire un impegno duraturo, a lavorare per un futuro in cui la giustizia e la pace possano finalmente prevalere.

Un futuro in cui l’eco delle voci di Gaza non venga soffocata dall’indifferenza, ma risuoni come un promemoria costante del nostro dovere di umanità.

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