sabato 30 Agosto 2025
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Venezia

*Orphan*: Nemes, memoria e identità tra passato e presente.

L’eco di un passato traumatico risuona ancora, un’eredità che Laszlo Nemes, premio Oscar per *Il figlio di Saul*, sembra destinato a indagare incessantemente.
*Orphan*, presentato in concorso alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia, non è un semplice film, ma una nuova tappa in un percorso di memoria e di profonda riflessione umana, interpretato da Bojtorjan Barabas, Andrea Waskovics, Gregory Gadebois, Elíz Szabo, Sándor Soma e Marcin Czarnik.
Nemes, profondamente radicato nella sua identità ebraica, si distacca da una narrazione superficiale della storia, aspirando a immergere lo spettatore in un’esperienza sensoriale ed emotiva palpabile.
Pur evitando di prendere posizione diretta riguardo alle drammatiche vicende di Gaza, il regista sottolinea il ruolo cruciale del cinema nel favorire l’empatia e la comprensione reciproca in un mondo lacerato da conflitti.
La sua ambizione non è impartire dottrine o manipolare il pubblico, ma offrire uno specchio sincero e veritiero, invitando alla libera interpretazione e al pensiero critico.

Il cinema, per Nemes, si interseca con l’arte e con la vita stessa, ponendo una domanda fondamentale: “Sei un umanista o un antiumanista?”.

Una dicotomia complessa che riflette le forze in conflitto al cuore della civiltà, spesso irrisolvibili e intrinsecamente legate.

Il XX secolo ha testimoniato le conseguenze devastanti di questa dualità, e la responsabilità di un artista, in particolare di un regista, risiede nella ricerca e nella celebrazione dell’umanesimo.

*Orphan* si concentra su Andor (Barabas), un giovane ebreo nella Budapest del 1957, un’epoca segnata dalla repressione post-rivolta.

Andor, cresciuto sull’idealizzazione di un padre perduto, nutrito dalle storie di sua madre Klara (Andrea Waskovics), si confronta con la frantumazione delle sue certezze.

L’arrivo del suo vero padre, Berend (Gregory Gadebois), un macellaio dall’animo violento e brutale, sconvolge il suo universo interiore.
Berend, che aveva offerto protezione a Klara durante la guerra in cambio di un compenso, si presenta deciso ad essere riconosciuto come figura paterna, ma si scontra con la fedeltà di Andor al ricordo idealizzato del padre che vive nella sua immaginazione.
Il film esplora così la complessa dinamica tra realtà e fantasia, tra la memoria costruita e la verità ineludibile, interrogandosi sulla natura dell’identità e sul peso del passato.

La narrazione si fa spazio a un’indagine sulla fragilità dei legami familiari, sulla difficoltà di accettare la verità e sulla persistenza del mito come rifugio di fronte alla durezza del mondo.

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