domenica 31 Agosto 2025
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Dazi USA: rischio 15 miliardi e futuro del Made in Italy a rischio

L’imminente entrata in vigore dei dazi statunitensi, con un’aliquota fissata al 15%, solleva un quadro di potenziali ripercussioni economiche per l’Italia che superano di gran lunga un semplice impatto quantitativo.

Secondo stime provenienti dalla Cgia, le perdite annuali, nel breve termine, potrebbero oscillare tra i 14 e i 15 miliardi di euro, una cifra paragonabile al costo complessivo previsto per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina.

Questa cifra non rappresenta un mero deficit commerciale, ma simboleggia una compressione strutturale della crescita e un potenziale smarrimento di posizioni competitive a livello globale.
L’analisi della Cgia evidenzia una duplice dimensione del danno: un effetto diretto, quantificabile nel decremento delle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti, e un effetto indiretto, ben più insidioso, che si articola in una serie di conseguenze a cascata.
Questo include la riduzione dei margini di profitto per le aziende che, pur mantenendo una presenza sul mercato statunitense, dovranno assorbire l’impatto dei dazi; l’inevitabile necessità di misure di sostegno al reddito per i lavoratori italiani potenzialmente coinvolti in licenziamenti; e, in un’ottica più ampia, il rischio di delocalizzazioni produttive o del trasferimento di intere filiere industriali verso gli Stati Uniti, con un impatto negativo sull’occupazione e sulla base produttiva italiana.
La svalutazione del dollaro rispetto all’euro, sebbene possa offrire un parziale contrappeso, non è sufficiente a mitigare la portata del fenomeno.
Nonostante una contrazione delle vendite verso gli USA del 5,6% nel 2024 (corrispondente a circa 2,8 miliardi di euro), il mercato statunitense rimane cruciale per l’economia italiana, con un valore complessivo delle esportazioni che si attesta sui 64,7 miliardi di euro.

Tuttavia, l’efficacia di questa vocazione esportativa è ora seriamente messa in discussione.
La domanda cruciale è se i consumatori e le imprese americane, di fronte a queste nuove barriere commerciali, opteranno per alternative nazionali o provenienti da Paesi terzi, o se manterranno la fedeltà ai prodotti “Made in Italy”.

Inoltre, si pone il quesito se le aziende italiane, per preservare la propria quota di mercato, saranno in grado di assorbire i dazi evitando aumenti dei prezzi, accettando una riduzione dei propri margini di profitto.
La Banca d’Italia, nel tentativo di fornire una prospettiva più articolata, sottolinea come la maggior parte delle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti (43% prodotti di alta qualità e un ulteriore 49% di qualità media) si collochi in segmenti di mercato caratterizzati da una certa resilienza e da una minore sensibilità al prezzo.

Tuttavia, la stessa istituzione riconosce che il calo della domanda statunitense, innescato dall’aumento dei prezzi, potrebbe portare le aziende a comprimere i propri margini di profitto.

Un elemento importante da considerare è che il mercato statunitense incide per circa il 5,5% del fatturato totale delle aziende italiane esportatrici, mentre il margine operativo lordo si aggira mediamente al 10% dei ricavi.
Questo suggerisce che la perdita di questo mercato, pur dolorosa, non dovrebbe tradursi in una catastrofe finanziaria generalizzata.

Tuttavia, l’impatto a lungo termine, in termini di danno reputazionale, perdita di know-how e erosione della capacità di innovazione, potrebbe essere molto più significativo e difficile da quantificare.

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