Un’onda di solidarietà e profonda preoccupazione ha investito il panorama sanitario italiano, culminando in un gesto di protesta senza precedenti.
In pochi giorni, l’appello alla mobilitazione ha riscosso un consenso straordinario, con diecimila adesioni formali che non rendono giustizia alla portata reale dell’evento: una vera e propria ondata di operatori sanitari – medici di ogni specializzazione, infermieri, tecnici di laboratorio, fisioterapisti e personale amministrativo – si è riversata nelle piazze e negli ospedali di tutto il Paese, partecipando ad un digiuno simbolico per denunciare la spirale di violenza che affligge Gaza.
Gli organizzatori stimano che il numero dei partecipanti, stimato tra i 30.000 e i 40.000, testimonia la profonda angoscia e l’indignazione che serpeggia tra i professionisti della sanità italiana.
L’iniziativa, promossa dalla rete #digiunogaza, da Sanitari per Gaza e dalla campagna BDS “Teva? No grazie”, ha assunto un carattere nazionale, abbracciando strutture sanitarie e professionisti da nord a sud della penisola.
Questa mobilitazione non è stata un’iniziativa isolata.
Ha visto il coinvolgimento attivo di ordini professionali, che hanno espresso esplicitamente la loro preoccupazione per la crisi umanitaria, università, che hanno offerto piattaforme di dibattito e sensibilizzazione, e sindacati, che hanno sostenuto la necessità di un’azione concreta a favore della popolazione gazaiana.
Il digiuno non è stato solo un atto di protesta, ma un richiamo urgente alla responsabilità morale e professionale.
I sanitari, consapevoli del giuramento di Ippocrate che li guida, si sono sentiti in dovere di alzare la propria voce contro la sofferenza e l’ingiustizia.
L’azione ha evidenziato come il dolore e la precarietà che affliggono la popolazione gazaiana non siano questioni distanti, ma emergenze che richiedono un impegno globale e immediato.
La protesta ha inoltre rappresentato un segnale forte verso la comunità internazionale, sollecitando un intervento diplomatico e umanitario per porre fine al conflitto e garantire l’accesso alle cure mediche essenziali per la popolazione civile.
L’evento ha segnato un momento di profonda riflessione per la comunità medica italiana, sottolineando il ruolo attivo e la responsabilità dei professionisti sanitari nella promozione della pace e della giustizia.