sabato 30 Agosto 2025
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Nemes: *Orphan*, un’indagine sull’umanità e le ferite del passato.

Laszlo Nemes, premio Oscar per *Il figlio di Saul*, ci introduce con *Orphan* a un nuovo capitolo del suo percorso cinematografico, un’indagine profonda che affonda le radici in una storia personale, quella del padre, come un’eco persistente che risuona attraverso generazioni.

Il film, presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia, non si propone come una cronaca storica superficiale, ma come un’immersione visceralmente umana nel cuore di un’esperienza traumatica.

Nemes, con la sua sensibilità da uomo di fede ebraica, rifiuta di essere inglobato in dibattiti contingenti come la situazione a Gaza, preferendo concentrarsi sulla funzione primordiale del cinema: favorire la connessione umana, stimolare la riflessione, offrire uno spazio di libertà di pensiero.
Il suo approccio è quello dell’onestà brutale, un rifiuto categorico di manipolazione e di narrazioni preconfezionate.

La domanda che lo tormenta, e che permea ogni sua opera, è una domanda esistenziale: “Sei un umanista o un antiumanista?”.
Una dicotomia che rivela la tensione costante che attraversa la civiltà, una lotta tra forze opposte che il XX secolo ha dolorosamente messo a fuoco.

Il suo ruolo, come regista, è quello di ricercare, di illuminare l’umanesimo, anche – e forse soprattutto – nei luoghi più oscuri.
*Orphan* ci trasporta nella Budapest del 1957, un’epoca segnata dalle cicatrici della rivolta fallita contro il regime comunista.
Attraverso gli occhi di Andor (interpretato da Bojtorjan Barabas), un ragazzino ebreo, assistiamo alla frantumazione del suo mondo idealizzato, un mondo nutrito dal mito del padre defunto, un’immagine proiettata e perpetuata dalla madre Klara (Andrea Waskovics).
L’irruzione in scena di Berend (Gregory Gadebois), il “vero” padre di Andor, macellaio violento e brutale, sconvolge questa fragile costruzione.

Berend, uomo che aveva garantito la protezione di Klara durante la guerra, si presenta con l’intento di inserirsi nella vita del figlio, ma si scontra con la fedeltà di Andor al ricordo del padre idealizzato, un’immagine che abita la sua immaginazione.
Il film esplora quindi il tema della paternità, non come legame biologico, ma come costruzione emotiva e psicologica.
È una riflessione sul potere delle storie che ci raccontiamo, sull’importanza dei miti e degli ideali, e sulla difficoltà di confrontarsi con la realtà, con la complessità e la brutalità dell’esistenza.
*Orphan* non offre risposte facili, ma invita lo spettatore a confrontarsi con le proprie convinzioni, a interrogarsi sulla natura umana, e a cercare, anche nel dolore e nella disillusione, la possibilità di un’umanità più autentica.

Il film si configura come un atto di memoria, un tentativo di dare voce alle ferite del passato, e di illuminare, con la luce cruda e onesta del cinema, la fragilità e la resilienza dell’animo umano.

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