Un lamento straziante, un appello disperato sospeso nell’aria: “Ridatemi mamma, sindaco”.
La scritta, tracciata con grafia incerta su un lenzuolo bianco, è il segnale di una battaglia dolorosa che si consuma a Monteprandone, nel cuore dell’Ascoli Piceno.
Fabiana Bruni, donna determinata e angosciata, ha trasformato il balcone della sua abitazione in un palcoscenico di protesta, un luogo simbolico per denunciare una situazione che la turba profondamente.
La vicenda ruota attorno alla possibilità per Fabiana di assistere direttamente la madre, un’anziana donna che versa in condizioni di fragilità.
Il desiderio di una cura familiare, di un sostegno affettivo diretto, si è scontrato con una decisione giudiziaria che ha disposto il trasferimento della madre in una residenza sanitaria assistita.
Un ricorso presentato mesi prima al Tribunale di Ascoli era stato respinto, lasciando Fabiana senza un appello immediato e costretta a trovare nuove forme per far sentire la sua voce.
L’azione di protesta attuale non è un semplice atto di ribellione, ma una denuncia accorata sulla qualità dell’assistenza ricevuta dalla madre nella struttura.
Fabiana sostiene che la madre non riceve un’adeguata cura, lamentando la comparsa di lesioni alle gambe e segni di infezione, conseguenze che lei stessa attribuisce a una mancanza di attenzione e di protocolli sanitari adeguati.
La sua è una testimonianza diretta, un grido di allarme che solleva interrogativi cruciali sulla responsabilità e l’efficacia del sistema di assistenza agli anziani.
L’episodio mette in luce una problematica complessa e sempre più diffusa: il delicato equilibrio tra la volontà dei familiari, il diritto all’autodeterminazione del paziente e le risorse disponibili per garantire un’assistenza dignitosa.
Si pone la questione di come conciliare l’affetto e la cura offerta dalla famiglia con le competenze e le strutture specializzate, soprattutto in un contesto socio-economico caratterizzato da crescenti difficoltà.
La protesta di Fabiana non è solo una battaglia personale, ma un monito per l’intera comunità.
Un invito a riflettere sulla necessità di un maggiore coinvolgimento delle famiglie nel percorso di cura degli anziani, promuovendo forme di assistenza personalizzate e attente alle specifiche esigenze individuali.
Un appello a garantire che ogni persona anziana, vulnerabile e bisognosa, possa ricevere l’attenzione e il supporto necessari per vivere una vita dignitosa e serena.
Il lenzuolo bianco, con la sua scritta disperata, diventa così un simbolo potente di amore, di responsabilità e di speranza.







