Il percorso di reinserimento sociale di Chico Forti compie un ulteriore passo avanti: il Tribunale di Sorveglianza di Venezia ha concesso l’autorizzazione a svolgere attività lavorative al di fuori del carcere di Verona, un provvedimento che si radica nell’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario e testimonia un’evoluzione significativa nel processo riabilitativo del detenuto.
Questa decisione, riportata da Il Gazzettino, rappresenta una risposta positiva a un’istanza presentata dalla difesa, che giunge a seguito del rigetto, a settembre, di una precedente richiesta di liberazione condizionale.
L’iter verso questo permesso non è stato lineare; anzi, riflette la complessità del percorso di riabilitazione e la necessità di valutazioni accurate da parte dell’autorità giudiziaria.
L’opportunità offerta a Forti non si limita a un semplice permesso di uscita, ma si configura come un’integrazione strutturata nel tessuto sociale.
Il programma prevede la partecipazione a un corso di formazione professionale per pizzaioli, un’attività che mira a fornire competenze spendibili nel mondo del lavoro e a recuperare un senso di dignità professionale.
Parallelamente, è previsto un impegno di volontariato presso una struttura dedicata agli anziani, un’esperienza che può favorire l’empatia, la responsabilizzazione e la riscoperta di valori umani fondamentali.
Infine, l’insegnamento del windsurf a persone con disabilità rappresenta un’ulteriore dimensione di impegno sociale, che richiede abilità comunicative, pazienza e capacità di adattamento.
Queste attività, se valutate singolarmente, possono apparire disparate, ma nel loro insieme delineano un percorso di risocializzazione mirato a diversi aspetti della personalità del detenuto.
Il permesso di lavoro esterno, unitamente alle precedenti concessioni – l’accesso alle aule studio del carcere e i permessi per visitare la madre a Trento – testimonia una progressiva apertura del sistema penitenziario verso approcci riabilitativi più attivi e personalizzati.
Si tratta di un modello che, pur nella sua specificità, solleva interrogativi di portata generale sul ruolo della pena, sulla possibilità di redenzione e sulla necessità di un sistema penitenziario capace di integrare la funzione di punizione con quella di reinserimento sociale.
L’autorizzazione è dunque non solo un beneficio per il detenuto Forti, ma anche un banco di prova per l’efficacia di un approccio penitenziario orientato alla riabilitazione e alla responsabilizzazione.








