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Gianluigi Gasparri, spento il giornalista e anima del Carlino di Ascoli.

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Gianluigi Gasparri, voce narrante e intellettuale di Ascoli Piceno, si è spento nella sua città natale, lasciando un vuoto incolmabile nel panorama giornalistico marchigiano e oltre.
Ottantasei gli anni fioriti sotto il segno di una passione inestinguibile: la scrittura, intesa non come mero mestiere, ma come strumento di indagine, di denuncia e di racconto del mondo.
La sua parabola professionale si è saldamente ancorata al Resto del Carlino di Ascoli Piceno, dove ha ricoperto per decenni il ruolo di caporedattore, diventando l’architetto e l’anima indiscussa della testata locale.

Nato a Macerata, Gasparri giunse ad Ascoli alla fine degli anni Sessanta, portando con sé un approccio giornalistico complesso e sfaccettato, che gli valse rispetto e, in alcuni ambienti, una certa diffidenza.

La sua abilità non risiedeva in una singola modalità espressiva, ma nell’eccezionale capacità di coniugare due anime apparentemente distanti: l’inchiesta seria e rigorosa, capace di mettere a nudo vizi e storture del potere, e la satira arguta e dissacrante, che utilizzava l’ironia come arma di critica sociale.

Quest’ultimo aspetto si manifestò in maniera particolarmente vivida nelle celebri “Noterelle”, una rubrica satirica divenuta un’istituzione nel panorama locale, capace di distillare l’essenza di Ascoli, con le sue tradizioni, le sue contraddizioni, il suo spirito carnevalesco.
Gasparri ha guidato il Carlino di Ascoli in tre differenti epoche (1968-1993, 1995-1997, 2000-2002), dimostrando una leadership solida e una visione chiara del ruolo dell’informazione.
I periodi di pausa dalla direzione furono occasione per ampliare i suoi orizzonti, collaborando con le pagine nazionali e con la prestigiosa rivista “Bell’Italia”, dove ha raccontato, con la sua prosa inconfondibile, gemme nascoste e storie autentiche del Paese, arricchendo la cultura del turismo consapevole.

La sua eredità non è circoscritta a un semplice elenco di articoli e inchieste.
Gasparri ha incarnato un modo di fare giornalismo ormai raro: un approccio animato da una profonda curiosità intellettuale, da una libertà d’espressione senza compromessi e dalla capacità di bilanciare la precisione analitica con la leggerezza narrativa.

La sua scomparsa segna la fine di un’epoca e priva il giornalismo italiano di una voce autentica, un testimone lucido e appassionato del suo tempo.
Un uomo che, con la penna, ha saputo illuminare angoli oscuri e restituire a tutti una visione più completa e critica della realtà.

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