“Playing God”: L’eco di Niccolò dell’Arca risuona nel cuore dello stop-motion italianoUn cortometraggio anima una riflessione millenaria: “Playing God”, il cortometraggio italiano in corsa per gli Oscar 2026, intesse un dialogo inatteso tra il Rinascimento e l’animazione contemporanea.
Matteo Burani, giovane regista bolognese (1991), attinge a un patrimonio artistico profondo, evocando l’intensità emotiva del “Compianto sul Cristo morto” di Vivarini a Bologna, un’opera che incarna la fragilità umana e la ricerca della perfezione.
Questa influenza si fonde con l’ammirazione per i capolavori dello studio Laika, da Wallace e Gromit a “The Nightmare Before Christmas”, e l’opera di Travis Knight, elementi che hanno plasmato il linguaggio visivo del film.
“Playing God” è un’opera di body horror di sette minuti, un’esplosione di creatività plasmata nell’argilla che simula carne viva, un’esperienza sensoriale che ha già conquistato il Tribeca Film Festival e l’Animayo Festival delle Canarie, aprendo le porte alla competizione per l’Oscar.
La storia ruota attorno a uno scultore ossessionato dalla creazione di una figura umana ideale.
Il suo tentativo fallisce, e l’abbandono genera un atto di autodistruzione, seguito da un atto di compassione da parte delle opere rinnegate.
La realizzazione del film è un’impresa collettiva: Arianna Gheller, co-fondatrice dello Studio Croma, ha plasmato oltre sessanta pupazzi in terracotta, alti 58 centimetri, dotati di un sofisticato sistema di articolazioni.
Il progetto, nato grazie a una campagna di crowdfunding, ha poi ricevuto il sostegno della Regione Emilia-Romagna e del Ministero della Cultura.
Rodolfo Masedari, ingegnere di formazione, ha intrapreso un viaggio a Los Angeles per presentare il film ai membri dell’Academy, un percorso che lo ha condotto nei luoghi simbolo dell’industria dell’animazione: Pixar, Netflix, Disney, Sony, DreamWorks e Warner.
L’incontro con figure leggendarie del cinema, come Guillermo del Toro e John Musker, ha rappresentato un momento di profonda emozione.
Il complimento di Musker, autore di “La Sirenetta” e “Oceania”, è stato particolarmente significativo: “Come avete fatto a fare tutto da soli?”.
Questa domanda sottolinea la sfida intrinseca dello stop-motion, una tecnica complessa e laboriosa che richiede un impegno straordinario.
Il messaggio del cortometraggio va oltre l’estetica e la tecnica.
Burani rivela che l’ispirazione nasce dalla fascinazione per l’imperfezione, per la materia che resiste alla forma imposta.
La storia esplora la fragilità del creato e del creatore, culminando in un messaggio di accettazione e compassione: quando l’ultima statuetta, imperfetta, cade e “perde letteralmente la faccia”, sono le altre ad accoglierla, a comprendere la sua unicità.
In questa dinamica, “Playing God” risuona con la lezione di Niccolò dell’Arca, scultore rinascimentale che, con le sue opere in terracotta, ha esplorato la condizione umana nella sua imperfezione e nella sua caducità, anticipando tematiche che ritroviamo con potenza espressiva nel cortometraggio di Burani e Gheller.
La ricerca di una perfezione inarrivabile, la fragilità dell’esistenza e la compassione verso chi non risponde a un ideale predefinito, elementi che attraversano secoli e culture, si incontrano in un’opera che celebra la resilienza dell’arte e la bellezza dell’imperfezione.







