La vicenda che coinvolge la redazione del telegiornale regionale Rai di Trento e una dipendente dell’Azienda Sanitaria locale solleva questioni cruciali sul delicato rapporto tra diritto all’informazione, tutela delle fonti e responsabilità istituzionali.
La dipendente, delegata sindacale della Cisl Fp Trentino, è al centro di un procedimento disciplinare avviato dall’Azienda Sanitaria, presumibilmente per aver favorito la realizzazione di un’intervista trasmessa dal telegiornale regionale.
L’intervista, rilasciata da un professionista sanitario che aveva richiesto l’anonimato – la cui identità è stata oscurata digitalmente e la cui immagine è stata ripresa di spalle – conteneva elementi di rilevanza pubblica, denunciando carenze di personale nel reparto di pronto soccorso e segnalando l’utilizzo di apparecchiature obsolete.
L’Azienda Sanitaria, in una mossa che appare quanto meno discutibile, sostiene di essere riuscita a identificare l’intervistato e, di conseguenza, a collegarlo alla dipendente sindacale.
Questa situazione rappresenta un campanello d’allarme per la comunità giornalistica e per la stessa Rai, che si pone come servizio pubblico.
La libertà di stampa e il diritto dei cittadini a essere informati, specialmente in un settore vitale come quello della sanità, sono principi cardine di una democrazia funzionante.
La denuncia di disservizi e criticità all’interno di un’azienda sanitaria, in questo caso, non può essere soffocata con azioni repressive e intimidatorie.
Il diritto all’anonimato delle fonti è un pilastro fondamentale per garantire la sicurezza dei whistleblower, ovvero coloro che segnalano irregolarità, e per permettere loro di portare alla luce abusi e malfunzionamenti senza timore di ritorsioni.
La ricerca dell’identità dell’intervistato, per poi utilizzare questa informazione come base per un procedimento disciplinare, non solo mina la fiducia dei cittadini verso le istituzioni, ma crea un clima di sospetto e di autocensura che impedisce una trasparente gestione della cosa pubblica.
Si rischia di creare un precedente pericoloso, in cui chi denuncia, o chi aiuta a denunciare, viene punito, disincentivando così la segnalazione di problemi che necessitano di attenzione e di intervento.
La vicenda pone interrogativi profondi sulla gestione delle comunicazioni interne all’azienda sanitaria, sull’interpretazione delle norme disciplinari e, soprattutto, sulla sensibilità delle istituzioni nei confronti del ruolo dell’informazione e della sua funzione di controllo.
Un’indagine di questo tipo, incentrata sulla ricerca dell’identità di una fonte protetta, è un attacco diretto alla libertà di stampa e compromette irrimediabilmente la possibilità di un dialogo aperto e costruttivo tra i cittadini e le istituzioni che li servono.
È imperativo che la Rai e l’azienda sanitaria prendano atto della gravità della situazione e che si adotti un approccio che tuteli sia il diritto all’informazione che la libertà di espressione.










