sabato 30 Agosto 2025
21.6 C
Bologna

Alessandra Matteuzzi: tre anni dal femminicidio, una ferita ancora aperta.

Tre anni.
Un traguardo amaro, segnato dal ricordo straziante di Alessandra Matteuzzi, una donna la cui esistenza fu brutalmente interrotta a Bologna, sotto le mura domestiche, per mano dell’ex compagno Giovanni Padovani.

L’immagine di Alessandra, al telefono con la sorella, mentre veniva falciata da una violenza inaudita, perpetua una ferita aperta nel tessuto sociale, un monito costante sulla necessità di contrastare il femminicidio.
La condanna all’ergastolo emessa in appello rappresenta un primo, seppur insufficiente, atto di giustizia, in attesa del giudizio della Cassazione del 17 settembre, data che incrocia speranze e timori.

Daniela Stanzani, amica intima di Alessandra, condivide un frammento di quelle ultime comunicazioni, un addio per sempre sospeso.
“Dany, hai bisogno? No grazie Ale, ho quasi finito anche io… bene, allora vado dalla mia mamma, ci vediamo domani… ci vediamo domani,” parole che risuonano come una campana a martello, ricordando l’irreversibilità della perdita.

L’amicizia, quel legame profondo e prezioso, ora è un filo spezzato, un vuoto incolmabile.

La richiesta di perdono, talvolta sollevata in contesti simili, appare un’aberrazione per chi ha conosciuto Alessandra e ha assistito alla sua sofferenza.

Come si può perdonare un atto di tale barbarie, un deliberato annientamento di una vita? La prospettiva di una sentenza definitiva che confermi l’ergastolo alimenta un desiderio di giustizia, una ricerca di un senso in un’assurdità inaccettabile.
Le dichiarazioni difensive dell’aggressore, che insinuano la possibilità di disturbi psichiatrici e una presunta “trasportazione” in un’azione non pienamente consapevole, si scontrano con la realtà vissuta dai cari di Alessandra.
La banalizzazione della violenza, la ricerca di attenuanti che minimizzino la responsabilità dell’autore del reato, sono un insulto alla memoria della vittima e al dolore dei suoi affetti.

“Vi rendete conto?”, esclama Daniela, esprimendo l’indignazione di chi ha condiviso con Alessandra un percorso fatto di sofferenze e umiliazioni.

Alessandra non era solo una vittima, ma una donna che aveva lottato, che aveva amato, che aveva sogni.
La sua storia è un esempio di come la violenza maschile possa insidiarsi subdola, logorando l’anima e annientando la dignità.
“Noi c’eravamo”, ricorda Daniela, sottolineando l’importanza di testimoniare, di non dimenticare, di denunciare ogni forma di abuso.
Quel “inferno” che Alessandra ha subito non è un evento isolato, ma un riflesso di una cultura patriarcale che deve essere radicalmente trasformata.

L’eco delle sue parole, il dolore dei suoi affetti, devono continuare a risuonare, alimentando la consapevolezza e ispirando azioni concrete per sradicare la violenza di genere, affinché nessun’altra donna debba pagare il prezzo di una società ancora troppo indifferente.

Author:

- pubblicità -
- pubblicità -
- pubblicità -
- pubblicità -