Un’esasperante escalation di violenza ha insanguinato ieri Como, preludio amaro a un incontro di calcio che si è trasformato in un teatro di scontri tra tifoserie.
Cinquantatré supporters del Bologna sono stati formalmente denunciati per rissa aggravata, mentre due individui sono stati arrestati in flagranza di reato per lancio di oggetti durante una manifestazione sportiva e resistenza a pubblico ufficiale.
L’evento non è un episodio isolato, ma la tragica manifestazione di una cultura ultras radicata, caratterizzata da una pericolosa commistione di passione calcistica, identità collettiva e devianza.
Tra i fermati spiccano due figure emblematiche: un uomo di 34 anni, con un curriculum di precedenti penali che lo segnala come elemento recidivo in contesti di violenza legata allo sport, e un giovane di 25 anni, reduce da uno sconto di pena derivante da un precedente Daspo, la cui esperienza non ha evidentemente dissuaso dal reiterare comportamenti illegali.
La storia personale di questi individui, e di molti altri coinvolti, solleva interrogativi complessi sulla rieducazione, sulla prevenzione e sulla capacità delle forze dell’ordine di contrastare efficacemente il fenomeno.
Le dinamiche dell’alterco si sono sviluppate con una violenza inaspettata.
Un gruppo di tifosi bolognesi, organizzati e armati – secondo le ricostruzioni, con aste e cinghie, volto nascosto sotto coperture – è riuscito a bloccare il pullman che trasportava i loro compagni, innescando un’iniziativa aggressiva volta a provocare lo scontro.
La tempestività dell’intervento delle forze dell’ordine ha limitato i danni, ma non ha impedito la degenerazione della situazione.
Il pullman bloccato trasportava un carico eterogeneo: settanta persone, tra cui una preoccupante presenza di minorenni (dieci) e di donne (quattro).
La presenza di minori, in particolare, desta profonda inquietudine, evidenziando una pericolosa normalizzazione della violenza e un fallimento nell’educazione all’etica sportiva.
La decisione di far giungere appositamente i genitori da Bologna per riprendere i figli minorenni, seppur comprensibile in termini di gestione dell’emergenza, non risolve la questione di fondo: come impedire che questi ragazzi siano esposti a contesti violenti e come proteggerli dall’emulazione di comportamenti devianti?La Questura di Como ha annunciato l’imminente notifica di provvedimenti Daspo personalizzati, tenendo conto della gravità dei reati commessi, della pericolosità sociale dei singoli individui e dei loro precedenti.
Tuttavia, il Daspo, pur rappresentando uno strumento di prevenzione importante, non può essere considerato una panacea.
È necessario un approccio multidisciplinare che coinvolga le istituzioni, le scuole, le famiglie, le società sportive e i media, al fine di promuovere una cultura sportiva basata sul rispetto, sulla lealtà e sulla sana competizione.
La riabilitazione dei soggetti coinvolti, la sensibilizzazione del pubblico e l’inasprimento delle pene per i reati legati alla violenza negli stadi sono elementi imprescindibili per arginare un fenomeno che mina la sicurezza pubblica e scredita l’immagine del calcio italiano.
L’analisi delle motivazioni profonde che spingono questi individui a comportarsi in modo violento, spesso legate a un senso di appartenenza distorto e a un bisogno di riconoscimento sociale, è altrettanto cruciale per individuare strategie di intervento mirate ed efficaci.






