La mobilità sanitaria interregionale, e in particolare il flusso di pazienti dal Sud verso il Nord Italia, sta configurando una sfida complessa che impatta profondamente sui sistemi sanitari coinvolti e solleva interrogativi cruciali sulla equità nell’accesso alle cure.
L’Emilia-Romagna, regione rinomata per la qualità e l’organizzazione dei suoi servizi sanitari, si trova ad affrontare un incremento significativo di utenti provenienti da altre regioni, un fenomeno che, pur non essendo economicamente insostenibile, richiede un’analisi strutturale e un ripensamento delle strategie di gestione.
Il presidente dell’Emilia-Romagna, Michele de Pascale, ha messo in luce come questa dinamica comporti un onere doppio per le regioni meridionali, chiamate a garantire l’assistenza sul proprio territorio e contemporaneamente a sostenere i costi dei trattamenti ricevuti in altre regioni.
L’aumento del flusso, che interessa non solo le prestazioni ad alta specializzazione, ma anche quelle di routine, evidenzia una potenziale carenza di offerta o una percezione di inadeguatezza dei servizi sanitari nel Sud Italia.
La differenza demografica tra l’Emilia-Romagna e la Lombardia, quest’ultima con una popolazione più che doppia, rende il fenomeno ancora più rilevante, poiché l’aumento del numero di utenti provenienti dal Sud supera persino quello registrato in una regione densamente popolata come la Lombardia.
Questo non implica necessariamente una critica alla gestione lombarda, ma sottolinea l’intensità del fenomeno in Emilia-Romagna.
Il presidente de Pascale ha chiarito che il costo di questa mobilità sanitaria, stimato in 12 milioni, non rappresenta un impoverimento economico per l’Emilia-Romagna, ma il vero nodo del problema risiede nella sua dimensione organizzativa.
L’approccio dell’Emilia-Romagna, orientato a un sistema sanitario territoriale, differenziato e non esclusivamente ospedale-centrico, preclude l’adozione di misure restrittive o di “filtri” per limitare l’accesso alle cure.
L’impegno dell’Emilia-Romagna è, al contrario, quello di supportare le regioni del Sud nella strutturazione e nel potenziamento dei propri servizi sanitari, promuovendo una collaborazione sinergica e un’equa distribuzione delle risorse.
L’accordo in fase di progettazione con la Calabria rappresenta un primo passo concreto in questa direzione, finalizzato a co-governare i flussi di pazienti e a intervenire in modo mirato nelle situazioni in cui la mobilità sanitaria appare inappropriata o inefficiente.
L’obiettivo ultimo non è quello di erigere barriere, ma di creare un sistema sanitario nazionale più equo, efficiente e capace di rispondere alle esigenze di salute di tutti i cittadini, indipendentemente dalla regione di residenza.
Questo approccio riflette una visione di solidarietà e responsabilità collettiva, che mira a superare le logiche di competizione territoriale e a promuovere una cultura di collaborazione e sostegno reciproco tra le regioni italiane.
La sfida è complessa, ma la volontà di affrontarla con spirito costruttivo e una prospettiva di lungo termine rappresenta un segnale positivo per il futuro del sistema sanitario nazionale.








