Previsioni ed esperienze per una governance efficace delle politiche di tutela del territorio. Questa la sintesi della terza Giornata nazionale della prevenzione e mitigazione del rischio Idrogeologico evento organizzato dal Consiglio nazionale degli ingegneri con il Consiglio nazionale dei geologi e la Fondazione Inarcassa. “L'aver consolidato una giornata annuale – ha affermato Angelo Domenico Perrini, presidente del Cni – dedicata alla prevenzione e mitigazione del rischio idrogeologico non è un esercizio celebrativo ma il riconoscimento che esiste un tema sul quale non ci si può permettere un'attenzione intermittente. Tuttavia, devo riconoscere che il Paese non è rimasto fermo. Negli ultimi anni gli stanziamenti per il contrasto al dissesto sono cresciuti in misura significativa, è cresciuta l'attenzione politica anche perché è cresciuta la attenzione della pubblica opinione sulle conseguenze dei cambiamenti climatici progressivamente più rilevanti; sono perciò stati avviati piani e programmi, è stata istituita una Commissione Parlamentare di inchiesta dedicata ed è in discussione un disegno di legge, accolto da noi con grande interesse. Eppure, le condizioni di rischio del nostro territorio continuano a peggiorare, molte opere finanziate non arrivano a cantierizzazione. E’ chiaramente un problema di governance cui possiamo rispondere soltanto se l’intero sistema si sforza di fare squadra e lavorare insieme. Questo è, in fondo, il senso più autentico di una giornata come quella di oggi”. Fare squadra grazie ovviamente alla competenza professionale degli ingegneri riconosciuta dal vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, che intervenendo si è detto tranquillo “con 21 mila ponti, viadotti e gallerie da gestire e da osservare; so che al Ministero in Ferrovie dello Stato, in Anas e in tutti i comparti del trasporto che lavorano con il Ministero ci sono professionisti, tecnici, ingegneri, architetti e geologi”. “Il piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici – ha ricordato – non è un piano astratto che si risolve in una pubblicazione che leggeranno in cinque, ma sono tavoli di lavoro che fra le altre cose stanno identificando le priorità delle reti”. “Questa mattina – ha affermato – abbiamo 1300 cantieri aperti sulla rete ferroviaria nazionale. Mi dispiace se qualcuno ogni tanto arriva con qualche minuto di ritardo, l'alternativa sarebbe non avere questi 1300 cantieri aperti e fra due anni avere la rete ingessata e bloccata”. Una serie opere infrastrutturali ha sottolineato il ministro: “Non possiamo promettere miracoli, ma stiamo spendendo fino all'ultimo centesimo i soldi delle tasse per provare a prevenire e a mitigare il dissesto del territorio del Paese che ha più ponti, viadotti e gallerie di tutto il resto dell’Unione Europea”. “Mi sono scelto – ha affermato – un Ministero non particolarmente rilassante, però mi piacciono le sfide e devo dire che in questi tre anni e mezzo ho incontrato tra i professionisti persone di assoluta eccellenza. Sono arrivato al Ministero in cui incontravo più avvocati che ingegneri, fortunatamente con il passare del tempo ho preso a frequentare più ingegneri che avvocati. Con massimo il rispetto per la professione forense, se il Ministero dei lavori pubblici è bloccato in contenziosi più che impegnato in progettazioni vuol dire che qualcosa non funziona”. "Se continuiamo ad inseguire le emergenze – ha chiarito Alessandro Morelli, sottosegretario di Stato, con delega al Cipess – non andiamo lontano. Dobbiamo invece capire qual è l’approccio che vogliamo applicare e quali sono gli obiettivi comuni. Impostiamo il nostro ragionamento senza presupposti ideologici, saranno i tecnici a decidere sugli aspetti specifici. L'auspicio è che il percorso di transizione che viviamo anche come ruolo dell’uomo nell’ambiente sia non solo parte di noi ma una pratica, come vediamo in molti giovani". "Questa Giornata – ha dichiarato Roberto Troncarelli, presidente del Cng – nata per discutere di un tema che negli ultimi mesi è stato sempre all’ordine del giorno, contribuisce a tenere alta l’attenzione da parte dei politici e dei tecnici. La giornata nasce dall’esigenza di individuare soluzioni concrete per la governance del territorio. In questa prospettiva, l’imprevedibilità non può più essere considerata un alibi. La cultura scientifica deve assumere un ruolo centrale ed essere messa al servizio delle istituzioni, per contribuire in modo efficace alla sicurezza del territorio. Al fine di far fronte ad una disarmonica governance e di facilitare le scelte dei decisori politici, bisogna puntare al coordinamento tecnico interdisciplinare. Vanno affinati gli strumenti attraverso la pianificazione territoriale, il completamento delle carte tematiche e il piano urbanistico integrato. Facciamo in modo che questi elementi trovino una degna destinazione, questo è l’obiettivo della Giornata”. “Noi professionisti dell’area tecnica – ha ribadito Andrea De Maio, presidente di Fondazione Inarcassa – siamo la prima barriera contro i rischi. Grazie alla ricerca, l’aggiornamento continuo, l’applicazione rigorosa delle norme e delle buone pratiche progettuali siamo conoscenza e consapevolezza. Il nostro ruolo è quindi duplice e strategico: da una parte, operiamo come protagonisti nella realizzazione tecnica degli interventi; dall’altra, possiamo contribuire a costruire percorsi di partecipazione, comunicazione e condivisione con le comunità, perché ogni azione di prevenzione sia sostenuta anche da una consapevolezza collettiva. Crediamo nella centralità della cultura tecnica come bene comune e nella necessità di rendere disponibili strumenti che facilitino interventi progettuali sostenibili, replicabili e capaci di contribuire alla prevenzione. Oggi investiamo in prevenzione circa un settimo di quanto spendiamo per le emergenze. La cultura della prevenzione deve permeare ogni aspetto per essere davvero strategica”.
Pino Bicchielli, presidente Commissione parlamentare di inchiesta sul rischio idrogeologico e sismico del territorio italiano, ha ricordato che “La commissione sta terminando la sua relazione. Chiuse le audizioni e i sopralluoghi, siamo stati a Niscemi, ai Campi Flegrei e a Petacciato in Molise. Oggi parliamo di 680mila frane attive nel Paese. La commissione si è immediatamente attivata nella razionalizzazione della burocrazia proprio per evitare quanto già discusso in questa giornata: diverse competenze locali che non riescono a spendere le risorse che pure ci sono. Il problema è ancora una volta culturale, per poter rendere efficace la prevenzione. Dopo 19 legislature per la prima volta c’è una commissione che si occupa solo di questo, c’è quindi una reale attenzione. Serve tuttavia un approccio che faccia convergere tutte le figure e gli enti preposti verso la stessa direzione. In un paese come il nostro ha bisogno di tanti geologi e ingegneri ad esempio, cioè di conoscere il territorio". "La tutela della vita – ha ricordato Elena Sironi componente 8a Commissione permanente Senato della Repubblica Ambiente, transizione ecologica, energia, lavori pubblici, comunicazioni, innovazione – non ha colore politico ed è auspicabile un’azione coordinata di tutte le forze politiche. Come M5S, il governo Conte aveva stanziato 14 miliardi euro fino al 2030, con la prevenzione, la semplificazione e il monitoraggio come principali direttrici. Abbiamo recuperato quanto avviato con l’esecutivo Conte, vanno sollecitate anche le Regioni affinché possano rispondere in tempi utili all’Ispra, che mappa tutto il territorio per verificare lo stato di dissesto o di recupero". Per Mauro Rotelli, presidente 8a Commissione permanente Camera dei Deputati Ambiente, territorio e lavori pubblici "le attività di contrasto al dissesto sono una grande occasione per modernizzare anche le infrastrutture del nostro Paese: non c’è colore politico su questo, non deve esserci. La scorsa legislatura abbiamo votato interventi collegati ancora al terremoto de L’Aquila, c’è quindi la necessità di razionalizzare e attuare la cabina di regia. Anche sugli investimenti di prevenzione, é fondamentale incrementarli rispetto agli interventi emergenziali di ripristino". I saluti istituzionali sono stati completati dagli interventi di Eros Mannino (capo del Corpo Nazionale dei VV.F.), Paola Pagliara (direttore dell’Ufficio Previsione e Prevenzione della Protezione Civile), Maria Alessandra Gallone (presidente Ispra) e Filippo Cappotto (vicepresidente del CNG). Nella mattinata si sono svolte, con la moderazione del giornalista RAI Gianluca Semprini, due tavole rotonde. La prima è stata dedicata all’analisi dei modelli di previsione del rischio ed ha visto la partecipazione di Francesca Bozzano (docente di Geologia applicata Università degli Studi di Roma La Sapienza), Emanuela Piervitali (responsabile Sezione climatologia Ispra) e Alessandro Trigila (responsabile sezione Sviluppo e coordinamento dell'Inventario dei fenomeni franosi in Italia Ispra). La seconda tavola rotonda ha affrontato, invece, le criticità specifiche nella gestione del rischio nel territorio. Sono intervenuti Costantino Azzena (segretario generale Autorità di Bacino della Sardegna), Marina Colaizzi (Segretario Generale Autorità di Bacino Distrettuale delle Alpi orientali), Alessio Colombi (componente Gruppo di lavoro sul dissesto idrogeologico del Cni), Luigi Ferrara (capo Dipartimento Casa Italia) e Giuseppe Travia (direttore Generale per la sicurezza del suolo e dell'acqua Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica). I lavori della sessione mattutina, terminati con la presenza di Massimo Sessa (presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici), sono continuati con diversi altri interventi, tra cui quelli di Carlo Cassaniti (presidente dell’Ente di Previdenza e Assistenza Pluricategoriale), Felice Monaco (presidente Coordinatore della Struttura Tecnica Nazionale) e Mauro Uniformi (coordinatore della Rete delle professioni tecniche). Sono seguiti altri due panel su esperienze a confronto e riforme normative in atto, con la partecipazione di Alessandro Morelli (sottosegretario di Stato Presidenza del Consiglio dei Ministri), Pino Bicchielli (presidente Commissione parlamentare di inchiesta sul rischio idrogeologico e sismico del territorio italiano, sull'attuazione delle norme di prevenzione e sicurezza e sugli interventi di emergenza e di ricostruzione a seguito degli eventi calamitosi verificatisi dall'anno 2019), Mauro Rotelli (presidente 8ª Commissione permanente Camera dei Deputati – Ambiente, territorio e lavori pubblici) e Elena Sironi (componente 8ª Commissione permanente Senato della Repubblica – Ambiente, transizione ecologica, energia, lavori pubblici, comunicazioni, innovazione tecnologica), oltre alla presentazione del Libro bianco sul dissesto idrogeologico e le infrastrutture di trasporto di Ansfisa. Le conclusioni sono state a cura di Domenico Condelli (consigliere Cni).
L’evento è stata anche l’occasione per fare il punto della situazione idrogeologica del Paese e delle misure messe in atto dal governo. Non migliora il quadro di rischio legato al dissesto idrogeologico nel nostro Paese, anzi le situazioni di emergenza si moltiplicano rendendo difficile trovare il ‘bandolo della matassa’ e lasciare spazio ad un piano per la prevenzione. Negli ultimi anni si è considerevolmente ampliato il perimetro del territorio a rischio frana, specie quello delle aree a maggiore pericolo. L’incremento rispetto al 2021 è del 15%, secondo le ultime analisi dell’Ispra, tale per cui le aree a rischio frana passano dal 20% al 23% della superficie totale nazionale. Più di 5 milioni di abitanti sono sottoposti a rischio frana e quasi 7 milioni di abitanti sono a rischio alluvione. E’ quanto emerge dalla Nota a cura del centro Studi Cni e del Centro Studi Cng, resa nota oggi in occasione della terza Giornata nazionale della prevenzione e mitigazione del rischio Idrogeologico evento organizzato dal Consiglio nazionale degli ingegneri con il Consiglio nazionale dei geologi e la Fondazione Inarcassa. Il quadro climatico risulta egualmente complesso ed appare ormai inutile negare che l’acuirsi ed il moltiplicarsi dei fenomeni di dissesto è legato all’incremento di eventi climatici estremi e all’alternarsi, sempre più frequentemente, di piogge torrenziali concentrate in un breve arco temporale ad ondate di calore estremo, tali per cui si generano effetti naturali di impermeabilizzazione del terreno che favoriscono sia fenomeni franosi gravi che allagamenti con effetti talvolta distruttivi. Nel mese di gennaio 2026, in alcune aree del Mezzogiorno, in 72 ore è caduta una quantità di pioggia pari a quella che mediamente, nella medesima stagione, si distribuisce nell’arco di tre mesi. Negli ultimi 10 anni in Italia le temperature sono aumentate mediamente di 0,44 gradi centigradi, ma nelle aree urbane più estese l’incremento è stato di 1 grado centigrado. La recente frana di Niscemi, in Sicilia, e quelle in Abruzzo, a Silvi, e in Molise, a Petacciato, ricordano non solo l’estrema fragilità del territorio italiano ma anche l’efficacia ancora contenuta delle politiche di contrasto al dissesto idrogeologico, nonostante i molti sforzi messi in campo. Eppure in questi anni il Paese non è stato fermo rispetto all’aggravarsi delle situazioni di dissesto del territorio.
Negli ultimi 5 anni sono stati stanziati in media 1,8 miliardi l’anno per interventi di contrasto al dissesto idrogeologico in Italia, a fronte di una media annua di 777 milioni di euro nel periodo compreso tra il 2010 ed il 2019. Tra il 2020 ed il 2025 i finanziamenti disponibili hanno superato 11 miliardi di euro, pari al 52% degli stanziamenti contabilizzati negli ultimi 26 anni. C’è stata, subito dopo la crisi da Covid-19, un’indubbia accelerazione nella disponibilità di fondi per interventi di prevenzione e di mitigazione del rischio da dissesto idrogeologico, effetto probabilmente sia di una maggiore disponibilità di risorse, grazie al Pnrr, che di una crescente sensibilità delle Istituzioni verso il problema del dissesto, acuito dai cambiamenti climatici in atto.
Eppure se le risorse disponibili aumentano e le condizioni di rischio peggiorano vuol dire che le politiche finora adottate rivelano dei punti di caduta, ovvero delle criticità. Sono almeno tre fattori su cui focalizzare l’attenzione per comprendere cosa fare nell’immediato futuro. 1) Il primo riguarda la necessità di adattare, alle mutate condizioni ambientali, una parte del corpus di norme tecniche che regolano gli interventi di contrasto al dissesto idrogeologico. In alcuni casi, gli impianti ed i manufatti in ambito idraulico e le opere di salvaguardia contro il rischio idrogeologico rispecchiano criteri costruttivi che non tengono conto degli effetti determinati da eventi naturali estremi, divenuti ormai una realtà; si pensi ad esempio a quelle riguardanti gli impianti ed i manufatti per il deflusso delle acque piovane nei centri urbani, dimensionati in passato per precipitazioni che non assumono il carattere torrenziale attuale; 2) il secondo riguarda la necessità di disporre di una cartografia del rischio di maggiore dettaglio rispetto a quella attuale e di sistemi di allerta precoce. 3) Il terzo fattore riguarda la necessità di migliorare e snellire considerevolmente il sistema di governo delle politiche di contrasto al dissesto idrogeologico. L’ultimo punto per il Cni e il Cng rappresenta il vulnus più evidente dell’intero quadro di strategie messe in campo dallo Stato, soprattutto negli ultimi anni. L’incremento degli stanziamenti e l’ampia disponibilità di risorse economiche per opere di contrasto al dissesto non hanno portato ad un miglioramento sostanziale della situazione per una serie di motivi organizzativi e gestionali delle Amministrazioni pubbliche che presidiano le strategie e gli strumenti di contrasto.
Come ha evidenziato la Corte dei Conti nel 2021 ed ancora nel 2025, le politiche di contrasto al dissesto idrogeologico scontano una governance dispersiva dovuta anche alla sovrapposizione delle strutture amministrative chiamate ad intervenire sul tema del dissesto, oltre che alla mancanza di fatto di una cabina di regia. E’ sufficiente pensare che l’attutale Piano nazionale per il contrasto al dissesto idrogeologico, varato nel 2019, è gestito da 6 differenti Amministrazioni, tra Ministeri e Dipartimenti della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Con estrema puntualità, già nel 2021, la Corte dei Conti individuava gli elementi caratterizzanti una governance piuttosto carente, quali: la mancanza di programmazione di interventi di prevenzione, assorbiti per lo più da interventi per affrontare situazioni di emergenza; la carenza di strutture tecniche dedicate a supportare l’azione dei Commissari di Governo; la difficoltà di molti Comuni beneficiari di finanziamenti per opere di contrasto al dissesto idrogeologico, di realizzare interventi complessi; la mancanza di una piattaforma unica e completa di dati sullo stato di avanzamento delle opere e dei finanziamenti, sebbene negli ultimi anni la piattaforma Rendis sia stata popolata di dati aggiornati, che non rappresentano, però, in toto lo stato dell’arte; la bassa qualità e cantierabilità dei progetti presentati dalle amministrazioni locali per l’ottenimento di un finanziamento pubblico; la persistenza di processi decisionali e concertativi, tra Amministrazioni, complessi e lunghi; la necessità di disporre di Piani di Assetto Idrogeologico (PAI), ad opera delle Autorità di Bacino distrettuale, completi e approfonditi. Appare dunque evidente come il Paese non abbia un problema di disponibilità finanziarie ma, paradossalmente, di capacità di spendere in modo adeguato le consistenti risorse stanziate.I tempi sembrano maturi per ridefinire un sistema di governance più snello, con una Cabina di Regia cui affidare l’elaborazione di un programma di lungo respiro e poi la sua realizzazione. Va inoltre definito con esattezza il ruolo che le Autorità di Bacino distrettuale possono avere nella programmazione e gestione delle opere di prevenzione. Non è chiaro, allo stato attuale, se esse abbiano mezzi e competenze sufficienti per svolgere tale ruolo.
In Italia manca un piano organico della prevenzione, perché le situazioni di emergenza appaiono quasi sempre sovrastanti rispetto ad una logica programmatoria di breve e medio periodo. Molti sono i casi, anche recenti, in cui le Amministrazioni locali conoscono e monitorano situazioni di grave pericolo, senza tuttavia avere a disposizione un piano organico di prevenzione del rischio. Spesso si mettono in atto piani di monitoraggio che però appaiono fini a sé stessi, senza ricadute concrete in termini di opere di prevenzione e messa in sicurezza. Serve, dunque, un cambio di passo deciso, una nuova capacità organizzativa e l’elaborazione di un piano di interventi che coinvolga anche e soprattutto figure tecniche che abbiano contezza di come si possano realizzare opere di prevenzione e di mitigazione. Gli 11 miliardi stanziati negli ultimi 5 anni in tema di tutela del territorio devono diventare l’occasione per un cambio radicale delle politiche di contrasto al dissesto che permetta l’uscita del Paese da una condizione di emergenza permanente per entrare finalmente in una logica programmatoria finalizzata alla prevenzione. Questo presuppone, peraltro, una conoscenza approfondita, a livello di microzona, delle situazioni di rischio e degli interventi necessari per la messa in sicurezza rispetto a scenari differenti. Ma per fare tutto ciò serve una visione sistemica, cioè una visione di insieme del rischio di dissesto e delle strategie per affrontarlo. Serve, in sostanza, una più radicata logica della prevenzione, sperimentare una diversa distribuzione delle competenze soprattutto a livello centrale su come gestire gli interventi e, non da ultimo, affrontare in modo radicale il problema della carenza di figure tecniche specializzate presso le Amministrazioni locali. Esiste la possibilità di rimodellare l’architettura organizzativa dedicata alla prevenzione e gestione del rischio di dissesto idrogeologico. E questo è uno sforzo di cui le istituzioni dovrebbero prendere coscienza, perché la questione non è oggi come affrontare il problema del dissesto ma come organizzare la sua gestione.
La fragilità orografica del Paese, nota da anni, si è fortemente aggravata a causa dei cambiamenti climatici che stanno caratterizzando l’intera area mediterranea. L’Ispra, attraverso le proprie analisi, conferma l’alternarsi negli ultimi anni di grandi ondate di calore a piogge intense concentrate in un breve arco temporale, tali da determinare alluvioni e smottamenti, dovuti anche alla presenza di terreni resi, per motivi diversi, impermeabili. Nel 2023, nel mese di maggio, le precipitazioni sono state mediamente il doppio rispetto alla media del periodo, con punte 6 volte superiori ad essa. Il Ciclone Harry, che dal 19 al 22 gennaio 2026 ha colpito ampie aree costiere di tre regioni meridionali, ha comportato in media accumuli di pioggia in 72 ore pari a quelli che non vengono raggiunti neanche nell’arco di tre mesi nella stessa stagione, oltre a venti fino al 15% superiori alla media stagionale. Negli ultimi 10 anni in Italia le temperature sono aumentate mediamente di 0,44 gradi centigradi, ma nelle città capoluogo si è superato ampiamente l’incremento di 1 grado centigrado. Gli eventi meteorologici estremi sono passati da 300 nel 2022 a più di 370 nel 2025. Nonostante i consistenti stanziamenti per interventi di contrasto, l’estensione delle aree a rischio di dissesto aumenti In particolare l’Ispra rileva: un incremento del 15% del territorio nazionale a rischio frana rispetto a quanto risultava dalle rilevazioni del 2021. Ad aumentare è soprattutto l’estensione delle aree collocate nelle classi più alte di rischio: questo fronte si è infatti incrementato del 9,5% rispetto a quanto risultava dalle analisi del 2021; fino al 2021 le aree a pericolosità di frana ammontavano a 60.481 km2 (pari al 20% del totale nazionale), mentre nel 2024 si è passati a 69.530 km2, pari al 23% del totale nazionale; il 94% dei comuni italiani è a rischio frana, alluvioni o erosione costiera; le regioni con i più elevati indici di rischio alluvioni o frane continuano ad essere l’Emilia-Romagna, la Toscana, il Veneto, la Campania, la Lombardia e la Liguria; 1,28 milioni di abitanti sono esposti a rischio frane nelle aree a maggiore pericolosità (ma considerando tutte le aree di rischio, dalla più grave alla meno grave, la popolazione esposta a frane è pari a 5,7 milioni di abitanti, 582.000 famiglie e 742.000 edifici) e ben 6,8 milioni di abitanti sono esposti a pericolo medio-alto di alluvioni.
Per il periodo compreso tra il 2025 ed il 2030 il Ministro per la protezione civile e per le politiche del Mare, Nello Musumeci, ha proposto ed intende avviare un Programma nazionale per la mitigazione del dissesto idrogeologico, con una dotazione di 400 milioni di euro a valere sul Fondo per lo sviluppo e la coesione. L’idea di fondo è di utilizzare tali stanziamenti per progetti di medio-grandi dimensioni (evitando la polverizzazione dei finanziamenti e delle opere stesse), superiori almeno ad 8 milioni di euro. La realizzazione degli interventi dovrebbe essere assegnata alle singole Autorità di Bacino distrettuale. E’ quanto emerge dalla Nota a cura del centro Studi Cni e del Centro Studi Cng, resa nota oggi in occasione della terza Giornata nazionale della prevenzione e mitigazione del rischio Idrogeologico evento organizzato dal Consiglio nazionale degli ingegneri con il Consiglio nazionale dei geologi e la Fondazione Inarcassa. Anche il Pnrr ha previsto finanziamenti per il dissesto idrogeologico. In particolare, nell’ambito della Missione 2, la Componente 4 prevede uno stanziamento di 500 milioni di euro per la realizzazione di un sistema avanzato ed integrato di monitoraggio e previsione del rischio idrogeologico nel territorio. Sempre nella Componente 4 è previsto un finanziamento di 1,49 miliardi di euro per interventi di ricostruzione dell’Emilia Romagna, della Toscana e delle Marche colpiti da eventi alluvionali gravi nel 2023 e nel 2024 e altre misure per il ripristino di infrastrutture in aree colpite da calamità naturali. Dalle Note elaborate di recente dal Servizio Studi della Camera dei Deputati emerge che gran parte degli interventi previsti in tali capitoli di spesa sono stati portati a compimento. Se dal punto di vista della dotazione in termini di legislazione, di programmazione e di dotazione di fondi per il contrasto al dissesto idrogeologico non vi sono situazioni critiche, la messa in atto di tali strumenti presenta elementi di squilibrio. Nel mese di aprile 2025 la Corte dei Conti ha emanato una propria Deliberazioni contenente l’analisi dell’efficacia del Piano ProteggItalia. Come altri precedenti documenti in materia di interventi per la prevenzione e mitigazione del rischio idrogeologico, anche in questo caso vengono sottolineate delle criticità. In particolare la Corte dei Conti evidenzia come il Piano ProteggItalia abbia sofferto: della sovrapposizione di competenze tra amministrazioni differenti, generando un problema di governance; della scarsa interoperabilità delle banche dati utilizzate sia per questioni prettamente documentali che per quelle di carattere finanziario; della scarsa unitarietà della programmazione degli interventi; della carenza delle attività di monitoraggio.
Anche la gestione del Piano affidata ad una Cabina di regia, alla Struttura di Missione InvestItalia e all’Unità tecnica per il dissesto non sembra avere funzionato fino in fondo, tanto che da una serie di verifiche risulta che la stessa Cabina di regia è stata operativa solo nel 2019, ma non nel prosieguo del Piano.
Anche il Programma nazionale per la mitigazione del dissesto idrogeologico 2025-2030, promosso dal Ministro per la Protezione Civile e per le politiche del Mare sembra scontare criticità determinate da un confronto con il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica per la migliore definizione della gestione degli interventi. In particolare è messa in discussione, per alcuni versi, l’attivazione di una banca dati alternativa a Rendis, nonché l’affidamento della gestione degli interventi alle singole Autorità di Bacino distrettuale. In generale, il fatto che gli interventi per il dissesto siano ripartiti tra una molteplicità di Amministrazioni Pubbliche non si è sempre rivelata come la scelta ottimale. La Corte dei Conti ha ribadito più volte, in momenti diversi, che questo è uno degli elementi che maggiormente incide sull’uso non sempre efficace delle risorse finanziarie disponibili. D’altra parte basti ricordare come dei 21,4 miliardi finora stanziati, il 42,6% afferisce al Ministero dell’Ambiente, il 23,9% al Ministero dell’Interno, il 14,3% al Dipartimento per la Protezione Civile, il 7,5% al Ministero dell’Agricoltura, il 5,2% viene affidato a Regioni e Province autonome e l’1,1% è gestito direttamente dal Dipartimento Casa Italia. Per questi motivi vi è stata sin dal 2019 la necessità di operare attraverso un Cabina di regia che coordinasse le diverse attività, coordinamento che però sembra mancare o non dare i frutti sperati. Il quadro degli elementi di debolezza delle politiche di contrasto al dissesto viene completato da una serie di ulteriori osservazioni sollevate già nel 2021 dalla Corte dei Conti , come di seguito riportato: la tendenza ad utilizzare le risorse pubbliche prevalentemente per interventi emergenziali, mentre minore spazio viene dedicato ai piani di prevenzione di medio periodo; la mancanza di programmi di manutenzione stabili delle opere esistenti, spesso in secondo piano rispetto ai finanziamenti per nuove opere; l’impossibilità di realizzare una sorta di unificazione della spesa per interventi di contrasto al dissesto idrogeologico attraverso il Piano ProteggItalia, lasciando invece che ciascuna Amministrazione viaggiasse su binari propri; la ridotta capacità progettuale delle Regioni e degli Enti locali per carenza, a livello locale, di strutture tecniche e la ridotta capacità di dare luogo ad attività di monitoraggio e quindi di definizione delle priorità di intervento e di spesa. A ben guardare, dunque, come è stato molte volte sottolineato, i problemi sono essenzialmente di due tipi. 1) Da un lato la difficoltà di coordinamento tra le Amministrazioni. Dalle osservazioni della Corte dei Conti, elaborate in particolare nel 2025, emerge con chiarezza la carenza in termini di governance che impedisce sia l’elaborazione di un piano di prevenzione del dissesto idrogeologico che un uso più coordinato delle risorse disponibili. 2) Dall’altro, la necessità di disporre di strumenti di monitoraggio sempre aggiornati, coordinati e facilmente fruibili dai tecnici, oltre alla disponibilità di una cartografia sempre aggiornata. Tutto porta a ritenere che il problema oggi sia nella carenza in termini di pianificazione degli interventi e in una sorta di ‘eccesso di competenze’. Appare ormai urgente ridefinire e, forse, semplificare l’intera architettura e la filiera dei poteri che attualmente sovrintendono il tema delle attività di prevenzione e mitigazione del rischio di dissesto idrogeologico, nella consapevolezza che il Paese non può più attendere. Infine, occorre avviare un dibattito su come risolvere il problema della cronica carenza di personale tecnico adeguatamente specializzato nelle materie afferenti all’idrologia e all’idrogeologia, di cui gli enti locali necessitano. Da questo punto di vista va sottolineato che i liberi professionisti rappresentano un 'serbatoio di competenze' a cui gli enti locali dovrebbero maggiormente attingere. Da troppo tempo si dibatte della difficoltà delle amministrazioni locali di approntare piani di prevenzione oltre che di attuare interventi di mitigazione nelle fasi post-emergenziali. Il tema va affrontato in modo organico evitando quella dispersione di risorse che finora ha caratterizzato le politiche di contrasto al dissesto idrogeologico. (di Sabrina Rosci)
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Cni: “Rischio idrogeologico? Non solo fondi, da liberi professionisti ‘serbatoio competenze’ a cui gli enti locali dovrebbero maggiormente attingere”

