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Cortina, freddo e morte: indagato il vigilante Zantonini

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La notte tra il 7 e l’8 gennaio, il freddo glaciale di Cortina d’Ampezzo, con temperature che precipitavano ben al di sotto dei dieci gradi sottozero, ha inghiottito Pietro Zantonini, vigilante di 55 anni, spegnendo una vita segnata dalla lontananza dalla terra natale e da un lavoro precario.
Uomo proveniente da Brindisi, dove avrebbe dovuto rientrare a fine gennaio dopo una proroga del suo contratto a termine, Zantonini si trovava a sorvegliare un cantiere adiacente allo stadio del ghiaccio, un’opera legata alle imminenti Olimpiadi Invernali del 2026.

La sua era una condizione di lavoro intrinsecamente vulnerabile: isolato in un modesto gabbiotto riscaldato, costretto a sopportare l’implacabile morsa del freddo durante i turni di ricognizione, intervallati ogni due ore.
La sua ultima guardia, quella tra mercoledì e giovedì, si è interrotta bruscamente quando, sopraffatto da un improvviso malore, ha cercato aiuto tramite una telefonata ai colleghi.

L’arrivo del 118, poco prima delle 2 del mattino, non è stato sufficiente: i tentativi di rianimazione si sono rivelati vani.
La moglie, giunta dalla Puglia, ha immediatamente sporto denuncia ai Carabinieri, innescando un’indagine rigorosa guidata dal procuratore Claudio Fabris, il quale ha disposto il sequestro della salma e l’autopsia.
La famiglia, affiancata dall’avvocato Francesco Dragone, ha espresso la volontà che l’evento non venisse relegato alla sfera del privato o accettato come un triste inevitabile accadimento, ma che venisse indagato a fondo e che emergessero le responsabilità.

Le preoccupazioni e le lamentele di Zantonini, precedentemente espresse ai suoi congiunti, ora emergono con chiarezza.
L’uomo aveva più volte manifestato disagio riguardo alle condizioni di lavoro, sottolineando la durezza dei turni notturni e la carenza di adeguate misure di protezione.

La sua morte, quindi, solleva interrogativi urgenti sulla sicurezza e sul benessere dei lavoratori impiegati in progetti infrastrutturali di grandi dimensioni, soprattutto in contesti meteorologici estremi.

L’evento ripropone, con forza, il dibattito sulle condizioni di lavoro e sulla necessità di garantire standard elevati di sicurezza, non solo per i lavoratori direttamente coinvolti nelle opere olimpiche, ma per tutti coloro che contribuiscono alla realizzazione di eventi di tale portata.
La tragica scomparsa di Pietro Zantonini non può essere un semplice incidente, ma un campanello d’allarme per un cambio di paradigma: la vita e la dignità dei lavoratori devono essere una priorità assoluta, al di sopra di scadenze e obiettivi economici.

La sua storia reclama giustizia e un futuro più sicuro per tutti coloro che, come lui, dedicano la propria forza lavoro alla realizzazione di sogni olimpici.

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