Lohengrin, un’opera monumentale che emerge ora, dopo cinquant’anni di silenzio, al Teatro dell’Opera di Roma, si rivela un’immersione profonda nell’animo umano, un crogiolo di emozioni dove il mito si fonde con la cruda realtà storica.
Michele Mariotti, con la maestria di un veterano, inaugura una nuova tappa del suo percorso artistico prendendo in mano la partitura di Wagner, un’impresa ardua che promette di svelare le complessità di un dramma intriso di spiritualità e conflitto.
Più che una semplice opera, Lohengrin si configura come un’indagine psicologica acuta, un thriller medievale avvolto in una dimensione quasi soprannaturale.
Elsa, sospesa tra l’innocenza e l’accusa di fratricidio, incarna la fragilità dell’esistenza, la precarietà della reputazione e la potenza distruttiva del pregiudizio.
La sua vicenda, intrecciata al mistero di Lohengrin, cavaliere giunto dall’ignoto, genera un vortice di domande sull’identità, sulla fiducia e sul significato dell’amore.
La regia di Damiano Michieletto, in un debutto significativo con Wagner, si propone di decostruire le convenzioni del genere, aspirando a un approccio radicale che esalti la dimensione umana dei personaggi.
Abbandonando la retorica celebrativa, il regista mira a restituire la loro vulnerabilità, a sondare le profondità della loro psicologia, a svelare le contraddizioni che li rendono così intensamente reali.
L’astrazione scenica non è un mero artificio, ma uno strumento per amplificare la drammaticità, per creare un vuoto che favorisca l’emersione delle emozioni più intime.
L’opera, lungi dall’essere un’esaltazione di valori trascendenti, si rivela una riflessione amara sulla condizione umana, una narrazione di perdita e di impossibilità.
La redenzione, spesso auspicata nel contesto dell’opera lirica, qui appare come un’illusione, una chimera irraggiungibile.
Tutti i personaggi, pur animati da nobili intenzioni, sono destinati a soccombere alle proprie debolezze, a naufragare in un mare di dolore e di rimpianto.
La contrapposizione tra l’abisso della disperazione e l’estasi dell’amore assume un significato nuovo, non come semplice contrasto estetico, ma come espressione della complessità dell’animo umano, capace di oscillare tra il sublime e il grottesco, tra la speranza e la delusione.
Lohengrin, con la sua aura di mistero e la sua apparente disinteresse, incarna l’ideale cavalleresco, ma anche la tragicità di un amore incondizionato, destinato a scontrarsi con le convenzioni sociali e con le leggi del reale.
È un’opera che invita a interrogarsi sulla natura del potere, sulla responsabilità individuale e sulla fragilità dell’esistenza, lasciando nello spettatore un senso di profonda malinconia e di struggente bellezza.






