Tre anni.
Tre anni a inghiottire l’amarezza, a trasformare il dolore in una forza fragile, un grido strozzato che tenta di perforare il muro dell’indifferenza e dell’inerzia.
Tre anni a chiedere, a esigere, a implorare una risposta, un segnale che la giustizia non sia solo una parola, un concetto astratto, un faro spento.
Tre anni a confrontarsi con la cruda realtà delle cicatrici, non solo quelle visibili, quelle che Elena C.
osserva ogni giorno, con la sua stessa anima martoriata, ma le cicatrici interiori che hanno segnato il bambino, il suo sguardo che ancora porta con sé l’ombra di un trauma indelebile.
Il 19 dicembre , un giorno come tanti, una data che si è impressa a fuoco, marchiando per sempre una via, un luogo, un destino.
Via Gallardi, Ventimiglia.
Un’immagine che torna, insofferente, nelle sue notti, un’eco costante, una ferita aperta che sanguina ricordi, un’assenza in una domanda senza risposta.
Il bambino aveva sei anni, un’età in cui si, si dovrebbe solo giocare, ridere, sognare.
Un futuro davanti a sé, illimitato, un futuro così tante e tanti altri bambini.
Il suo bambino.
Il suo dolore, i suoi occhi di fronte alla violenza.
Il loro silenzio.
Il bambino.
la sua storia, la sua voce del bambino, una.
Il perché.
perché, perché un altro ancora.
Queste due più in più.
Un.Una.
non altro.
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ancora.
Non solo un altro perché.
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e.
Aggiunge, con un’amarezza che si fa quasi tangibile, come un velo di pioggia fine che bagna la pelle, che il bambino ha testimoniato, ha raccontato la sua verità al pubblico ministero a Imperia.
Ha descritto ciò che ha visto, ciò che ha sentito, ciò che ha vissuto in quella notte terribile, un racconto che ha confermato ciò che la madre aveva sempre saputo, che aveva sempre sospettato.
Eppure, nonostante tutto, nonostante la chiarezza del racconto, nonostante l’evidenza dei fatti, il tempo scorre inesorabile, consumando l’attesa, alimentando il dubbio, insinuando la paura che la giustizia non arrivi mai.
E il suo cuore si spezza un po’ di più ogni volta che incontra il volto, la libertà, la normalità apparente di chi è accusato di aver inflitto quella sofferenza, quella violenza, quel trauma.
Non si tratta solo di un procedimento giudiziario, è una questione di rispetto, di dignità, di riconoscimento del dolore, di tutela dell’innocenza.
È una questione di speranza, di fiducia nel sistema, di fede nella possibilità di un futuro migliore per suo figlio, un futuro libero dalla paura, dalla vergogna, dall’ombra di quella notte.
È un grido che si alza, un’eco che si propaga, un monito che pretende risposta.
È la voce di una madre che non si arrende, che continua a lottare, che non smette di chiedere giustizia, perché sa che solo così potrà trovare un po’ di pace, un po’ di serenità, un po’ di speranza.
Perché solo così potrà permettere a suo figlio di ritrovare completamente la sua infanzia, di ricostruire il suo futuro, di credere di nuovo nel mondo.

