La persistenza di rituali collettivi che rievocano simboli intrinsecamente legati al regime fascista, come il saluto romano, solleva interrogativi profondi sulla tenuta dell’ordinamento costituzionale e sulla corretta applicazione della legge.
Non si tratta di semplici commemorazioni, bensì di manifestazioni che, nella loro strutturata esibizione di forza e gerarchia, richiamano modelli paramilitari e configurano un potenziale pericolo per la stabilità democratica.
La sostituta procuratore Olimpia Bossi, intervenendo nel processo d’appello riguardante tredici esponenti dell’estrema destra, ha sottolineato la gravità di questi fenomeni, citando specificamente la recente mobilitazione di Predappio, episodio emblematico di una tendenza che si rivela sempre più radicata.
Il caso in esame, legato alla commemorazione di Sergio Ramelli, figura storica per alcuni ambienti neofascisti, e all’episodio della “chiamata del presente” del 29 aprile 2018 durante il corteo milanese, incarna un nodo complesso.
La dinamica dell’evento, con la sua esplicita invocazione e la risposta corale di un pubblico vasto, non può essere ignorata.
Il tribunale di Milano aveva già condannato, nel luglio 2023, i tredici imputati a quattro mesi di reclusione per manifestazioni fasciste, in violazione della normativa prevista dalla legge Scelba.
La legge Scelba, emanata nel 1952, rappresenta una misura legislativa eccezionale, volta a prevenire la ricostituzione di partiti fascisti e a vietare la propaganda di ideologie che negano i principi democratici e la Costituzione repubblicana.
La sua applicazione, tuttavia, si è rivelata spesso controversa, generando un acceso dibattito sull’equilibrio tra libertà di espressione e tutela dei valori costituzionali.
L’interpretazione della “manifestazione fascista” prevista dalla legge, in particolare, ha dato luogo a diverse pronunce giurisprudenziali, che hanno cercato di delineare i confini tra la legittima rievocazione storica e la propaganda di idee incompatibili con i principi democratici.
La richiesta della pg Bossi alla Corte d’Appello, presieduta da Vincenzo Tutinelli, mira a confermare la condanna del tribunale di Milano, sottolineando la necessità di un intervento rigoroso per contrastare la diffusione di simboli e pratiche che minacciano l’integrità del sistema democratico.
Il caso Ramelli, lungi dall’essere una mera rievocazione del passato, si configura come un campanello d’allarme, che invita a una riflessione più ampia sulla memoria storica, l’educazione civica e la responsabilità collettiva nel preservare i valori fondanti della Repubblica Italiana.
La questione sollevata non è semplicemente di natura giuridica, ma tocca corde profonde dell’identità nazionale e della coscienza civile.





