Il calcio contemporaneo si trova a un bivio cruciale, dove la mera ossessione per il risultato rischia di soffocare la creatività e l’innovazione.
La recente sfida tra il Como e il Milan, con la conseguente ondata di critiche, ha riacceso un dibattito che, a detta di Cesc Fabregas, dovrebbe essere relegato a un passato ormai superato.
La sua posizione, ferma e coerente, rivela una visione del gioco profondamente diversa da quella imperante.
Fabregas non nega il valore della vittoria – l’ha assaporata innumerevoli volte, sotto la guida di allenatori iconici come Conte e Wenger – ma rifiuta di elevarla a unico metro di giudizio.
La sua filosofia, intrinsecamente legata all’identità del Como, si concentra sulla costruzione di un progetto calcistico a 360 gradi, un’ambizione che va oltre la semplice accumulazione di punti.
Si tratta di coltivare un’estetica del gioco, un modello di calcio che incarni la bellezza e l’eleganza, tanto quanto l’efficacia.
L’insistenza sulla qualità del gioco non è un capriccio, ma una precisa scelta strategica, un atto di resistenza contro la mercificazione del calcio.
Fabregas percepisce un’incoerenza intrinseca: la pressione per un risultato immediato si scontra con la necessità di tempo e risorse per sviluppare un modello di gioco sostenibile.
La sua dichiarazione, “Se mi dovessero dire di vincere e basta, lavorerei e mi adatterei in maniera diversa”, è un’ammissione di compromesso, una resa alla logica del breve termine che, secondo lui, impoverisce il calcio.
Le critiche che gli sono rivolte non lo scalfiscono.
La sua risposta, lapidaria, “Se alla gente non piace il mio calcio non me ne frega niente”, esprime un distacco dalla superficialità del giudizio popolare.
La sua priorità è la coerenza con i principi che guidano il progetto del Como: attrarre giocatori che si adattino a un certo stile, creare un’identità riconoscibile, offrire un prodotto calcistico che sia fonte di orgoglio e ispirazione.
L’affermazione che il dibattito sulla prevalenza del risultato sia “assurdo” riflette una profonda frustrazione.
È come tentare di forzare un cerchio in un quadrato, un tentativo di imporre una soluzione che ignora le specificità del contesto e la complessità del processo.
La vera sfida non è quella di vincere a tutti i costi, ma quella di costruire un calcio che sia al contempo competitivo e gratificante, un calcio che rispetti la sua storia e la sua identità, un calcio che ispiri le nuove generazioni.
Il Como, sotto la guida di Fabregas, si propone di essere un laboratorio di questa nuova visione, un esempio di come il calcio possa essere qualcosa di più di un semplice gioco.






