Il peso delle commemorazioni, il loro inevitabile scivolare in una forma di rituale vuoto, ha segnato un allontanamento.
Un distacco doloroso, non per mancanza di rispetto verso chi non c’è più, ma per la difficoltà di conciliare la memoria con la persistente incompiutezza della giustizia.
Il ricordo di Giuseppe Fava, giornalista, scrittore, drammaturgo assassinato dalla mafia, rischia di confondersi in una liturgia che anestetizza la rabbia e smorza l’urgenza di verità.
Il 19 luglio, data che dovrebbe risuonare di domande senza risposta, si traduce, troppo spesso, in una mera ricorrenza.
La verità, invece, resta sospesa tra le onde, irrisolta, sepolta in un labirinto di depistaggi.
Un depistaggio che, a distanza di decenni, continua a oscurare la dinamica e i mandanti della strage.
Claudio Fava, figlio di Giuseppe, ne è testimone diretto.
La sua assenza dalle celebrazioni non è un gesto di indifferenza, ma un atto di resistenza contro la banalizzazione del dolore e l’appiattimento della memoria.
La domanda sulla piena rivelazione della verità sull’omicidio del padre incontra una risposta lapidaria: “Assolutamente no”.
Una constatazione condivisa, non un’esclusiva confessione.
Giuseppe Fava non si era concentrato su figure specifiche come Benedetto Santapaola o sulla famiglia Ercolano.
La sua indagine, la sua scrittura, erano rivolte alla mafia che agisce, che spara, che esercita il potere con la violenza.
Il suo lavoro era quello di un intellettuale capace di decostruire il complesso sistema di potere corrotto e colluso che affliggeva la sua terra.
La sua morte non fu un evento isolato, ma la conseguenza di un intervento, una reazione violenta da parte di un potere che percepiva la propria impunità minacciata.
Un’immagine vivida, tratta da un’incompiuta trasmissione televisiva palermitana, restituisce la concretezza della minaccia: per impartire l’ordine di un assassinio, non servivano complesse riunioni di vertice, ma un semplice, carico gesto.
Un messaggio chiaro, diretto a un potente, un “notabile” che incarnava il sistema di privilegio: i tempi della sicurezza reciproca, dell’impunità, erano finiti.
Un “rompicoglioni” con un giornale poteva bastare a scatenare la furia dei killer.
Per Claudio Fava, suo padre non fu soltanto un giornalista abile, ma soprattutto un uomo dalla straordinaria capacità di interpretare il proprio tempo, animato dalla libertà di pensiero e dalla curiosità intellettuale.
Essere bravi giornalisti è alla portata di molti, ma l’essere uomini liberi, con la consapevolezza di agire al di là delle logiche del potere, è una sfida molto più ardua e complessa, un percorso costellato di rischi e di sacrificio.
Un sacrificio che, ancora oggi, incombe sulla memoria di Giuseppe Fava e sulla sua famiglia.

