L’Italia si trova di fronte a una sfida cruciale: investire in modo strategico nell’istruzione superiore, con particolare attenzione all’università, per assicurare un futuro di crescita sostenibile e competitività globale.
La riflessione, esplicitata dal Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, durante un intervento all’Università di Messina, sottolinea una criticità strutturale che rischia di compromettere il potenziale di sviluppo del paese.
Il nodo centrale risiede nella persistente carenza di investimenti pubblici dedicati all’istruzione.
Con una spesa inferiore al 4% del PIL, l’Italia si posiziona ultima tra le principali economie dell’area euro e significativamente al di sotto della media europea, con una differenza considerevole – quasi un punto percentuale – attribuibile proprio alla sottovalutazione dell’istruzione universitaria.
Questo squilibrio non è semplicemente una questione di numeri; rappresenta un limite alla capacità del sistema educativo di rispondere alle esigenze di una società in rapida trasformazione.
Un adeguato rafforzamento dell’istruzione universitaria non deve essere inteso come un mero incremento di risorse, ma come un investimento mirato a potenziare la qualità del sistema.
Ciò implica la valorizzazione del capitale umano già presente nelle università, favorendo un ambiente che stimoli l’innovazione, il trasferimento tecnologico e lo sviluppo di competenze all’avanguardia.
Parallelamente, è imperativo creare un ecosistema che attragga talenti, sia italiani che stranieri, incentivando la ricerca, lo sviluppo e l’imprenditorialità.
La “fuga dei cervelli”, un fenomeno sempre più preoccupante, si intreccia con un’altra sfida: l’incapacità di attrarre e trattenere studenti e ricercatori internazionali.
L’esempio virtuoso dell’Università di Messina, con una percentuale di studenti stranieri vicina al 10%, rappresenta un modello da emulare a livello nazionale, in contrasto con una media nazionale ben inferiore e distante dalle performance di paesi come Francia, Germania e Regno Unito.
L’emigrazione dei laureati italiani, in particolare nelle discipline STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica), aggrava la carenza di competenze che le imprese italiane già lamentano.
Questa perdita di capitale umano non viene compensata dall’afflusso di giovani stranieri con qualifiche equivalenti, creando un circolo vizioso che mina la competitività del paese.
Per invertire questa tendenza, è necessario un approccio olistico che comprenda misure di sostegno economico per studenti e ricercatori, semplificazione delle procedure burocratiche per l’ottenimento di visti e permessi di soggiorno, e promozione dell’immagine dell’Italia come destinazione attrattiva per talenti internazionali.
L’investimento in istruzione non è un costo, ma un investimento strategico per il futuro, capace di generare ritorni economici e sociali duraturi e di garantire un ruolo di primo piano per l’Italia nel panorama globale.








