La questione del finanziamento del ponte, un’opera infrastrutturale di rilevanza strategica, solleva interrogativi profondi e contrastanti che trascendono la mera valutazione di un singolo progetto.
Un coro crescente di voci, che include cittadini, associazioni di tutela, gli stessi organi di controllo come la Corte dei Conti e figure autorevoli nel campo dell’ingegneria internazionale, esprime dubbi legittimi sulla sua reale necessità e convenienza.
L’allocazione di risorse finanziarie considerevoli per un’opera così ambiziosa, in un contesto regionale e nazionale caratterizzato da criticità strutturali ben più urgenti, appare sempre più dissonante.
L’Isola, come il resto d’Italia, soffre di un tessuto infrastrutturale frammentario, con ampie porzioni di rete ferroviaria ancora limitate a un unico binario, che ne condizionano la capacità di sviluppo economico e sociale.
La carenza di infrastrutture fondamentali, dalla digitalizzazione alla mobilità sostenibile, rappresenta un freno alla competitività e un ostacolo per la crescita inclusiva.
Maurizio Landini, segretario generale della CGIL, ha espresso con chiarezza queste preoccupazioni, sottolineando come l’impegno finanziario legato al progetto del ponte stia di fatto immobilizzando capitali che potrebbero essere destinati a investimenti molto più strategici e produttivi per il Paese.
Non si tratta semplicemente di rimandare o cancellare un’opera, ma di ripensare l’approccio allo sviluppo, orientandolo verso un modello che integri infrastrutture materiali, essenziali per la connettività fisica, e immateriali, come la ricerca, l’innovazione, la formazione e la digitalizzazione.
Il ritardo tecnologico dell’Italia, un divario sempre più marcato rispetto ad altre nazioni europee, evidenzia l’urgenza di investimenti mirati a colmare questo gap, puntando su settori chiave per il futuro, come l’intelligenza artificiale, la transizione energetica e l’economia circolare.
L’opera in questione, con la sua data di inizio prevista per il 2028, rischia di perpetuare una situazione di squilibrio, sottraendo risorse preziose a interventi prioritari che potrebbero generare benefici più ampi e duraturi per la collettività.
È imperativo, pertanto, intraprendere una riflessione approfondita e condivisa, che coinvolga tutti gli attori interessati, per definire un modello di sviluppo realmente sostenibile e in grado di rispondere alle sfide del XXI secolo.
La priorità deve essere quella di costruire un futuro prospero e equo per tutti, investendo in infrastrutture che siano non solo tangibili, ma anche capaci di stimolare la crescita, l’innovazione e la coesione sociale.







