Un appello urgente e solenne rivolto ai leader mondiali, in particolare al Presidente degli Stati Uniti e ai governi europei, con un occhio di riguardo all’Italia: è il grido di Mansoureh Tarkeshi, attivista iraniana residente in Umbria, di fronte all’escalation della crisi umanitaria in Iran. Tarkeshi, conosciuta anche come Sury, implora un intervento deciso, paragonandolo all’azione intrapresa in Venezuela, ma con una portata ancora più ampia: non si tratta solamente di rimuovere la figura dell’ayatollah Khamenei, ma di smantellare l’intera struttura di potere teocratico che opprime il popolo iraniano.
Settantatré anni, quarantasette trascorsi in Italia, Sury è una figura emblematica dell’impegno civico e umanitario.
Vicepresidente dell’associazione Casa dei Popoli, che opera a Foligno offrendo supporto agli immigrati e assistenza nelle zone di conflitto, la sua storia è profondamente intrecciata con la lotta per la democrazia in Iran. La scintilla della sua militanza risale al 1978, durante la rivoluzione che mirava a trasformare l’Iran in una repubblica democratica.
La sua scelta di lasciare il paese subito dopo l’insediamento del regime è stata dettata dalla profonda consapevolezza della sua natura repressiva.
Da allora, una spirale di violenza, repressione e perdite umane non si è mai interrotta, intensificandosi di anno in anno.
“Non c’è più tempo da perdere”, afferma Sury con veemenza.
“Questo non è un problema di ideologie politiche, destra o sinistra.
È una questione di umanità.
Giovani vite vengono spezzate, le strade sono imbrattate di sangue.
La comunità internazionale deve trascendere le divisioni e agire per salvare vite innocenti.
“L’attivista manifesta il suo sostegno al movimento guidato da Reza Pahlavi, vedendo in lui un elemento unificante capace di raccogliere consenso trasversalmente, al di là delle appartenenze politiche.
“Ricordo un’epoca in cui l’Iran era un paese di libertà, sicurezza e prosperità economica sotto il padre di Reza”, ricorda Sury.
“Oggi non abbiamo più nulla, né economicamente né fisicamente.
Reza Pahlavi è l’unico leader in grado di guidare la rinascita del nostro paese.
“La sua preoccupazione è amplificata dalla sua incapacità di comunicare con i suoi familiari che ancora vivono in Iran. Le restrizioni imposte sull’accesso a internet e alle comunicazioni telefoniche la tengono isolata e la lasciano nell’angoscia di non sapere come stiano.
“Ritornerò in strada, anche ora stesso”, dichiara con determinazione.
“Ho settantatré anni, la mia morte non cambierebbe nulla, ma sono giovani vite, vite di bambini, che vengono brutalmente interrotte, e questo è inaccettabile.
Il mondo deve ascoltare il grido del popolo iraniano e agire.
” La sua testimonianza è un potente monito, un appello disperato a non rimanere indifferenti di fronte alla sofferenza di un intero paese.








