Tari in Umbria: polemiche, eredità pesanti e scelte sbagliate

L’ennesimo ciclo di polemiche sulla gestione dei rifiuti e sulla Tari in Umbria rivela un approccio obsoleto e, francamente, stancante da parte di alcuni esponenti politici.

Si assiste a una reiterata tendenza a semplificare eccessivamente una problematica complessa, ad addossare colpe e a proporre soluzioni che appaiono più che altro un ritorno al passato, senza affrontare le cause profonde del disagio economico che grava sulle famiglie umbre.
L’operazione di trasparenza, volta a svelare le dinamiche economiche che regolano la Tari, mette in luce come le decisioni prese in precedenza abbiano lasciato un’eredità pesante.
È fondamentale comprendere che la definizione delle tariffe non è un processo arbitrario.

I Piani Economico-Finanziari (PEF), alla base della Tari, sono documenti tecnici redatti dai gestori dei servizi e sottoposti a rigorosi controlli da parte dell’ARERA.

I costi del 2023, ad esempio, costituiscono la base per la determinazione della Tari del 2025, riflettendo le scelte operative e gli investimenti effettuati in passato.
Ignorare questo aspetto significa operare in un’ottica di disinformazione, addossando responsabilità senza fondamento tecnico.
L’eredità amministrativa pesante si manifesta non solo nell’aumento delle tariffe, ma anche nelle scelte strategiche che hanno compromesso l’autonomia regionale.

L’accensione di discariche con rifiuti provenienti da altre regioni, per un volume di 50.000 tonnellate, ha rappresentato una decisione in contrasto con il Piano dei rifiuti e con la tutela del territorio umbro, trasformando di fatto la regione in un ricettacolo di scarti altrui.

La proposta di un termovalorizzatore, avanzata come panacea per i problemi attuali, appare anacronistica e in disallineamento con gli obiettivi europei di economia circolare.
Un investimento di oltre 200 milioni di euro, con tempi di entrata in funzione di almeno dieci anni, genererebbe un onere insostenibile per i cittadini, che dovrebbero sopportare i costi di costruzione, manutenzione e, soprattutto, alimentazione dell’impianto.
L’incenerimento, inoltre, comporta l’inserimento in sistemi di scambio di quote di emissione (Emission Trading System), con conseguenti costi aggiuntivi che verrebbero inevitabilmente trasferiti sui contribuenti.
In una regione di dimensioni limitate come l’Umbria, la realizzazione di un impianto di questa portata rischierebbe di compromettere il modello di riciclo, rendendo necessaria l’importazione di ulteriori flussi di rifiuti da altre regioni, consolidando il ruolo della regione come snodo per lo smaltimento nazionale.

Il vero nodo della questione Tari non risiede nella mancanza di un inceneritore, ma nel ritardo accumulato nell’implementazione di sistemi di riciclo efficienti, impianti di trattamento della frazione organica e un sistema di tariffazione puntuale, che premia comportamenti virtuosi e disincentiva gli sprechi.

Continuare a presentare il termovalorizzatore come soluzione rapida e miracolosa è una strategia di propaganda che, in realtà, si traduce in costi elevati per i cittadini.

L’Umbria aspira a un sistema moderno ed europeo, basato sull’innovazione e sulla sostenibilità, non a un ritorno al passato che condannerebbe le future generazioni a pagare il prezzo di scelte miopi e fallimentari.

La politica, in questo contesto, deve assumersi la responsabilità di promuovere un futuro che guardi avanti, abbandonando le illusioni di soluzioni semplici e costose.

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