La retorica della forza, esibita come scudo contro la fragilità, si rivela un’illusione steriliante, una negazione di un’urgenza etica e politica che permea il nostro tempo.
Sergio Mattarella, con la sua solenne disamina di fine anno, ha denunciato con chiarezza questo comportamento, questo rifiuto di abbracciare la via della pace, come se essa fosse una resa, una debolezza da evitare.
Il suo richiamo è un monito severo, un invito a riflettere sul significato più profondo del nostro agire.
Poco dopo, Papa Leone XIV ha ripreso il medesimo concetto, elevandolo a principio fondante di una visione del mondo improntata alla speranza e alla riconciliazione.
La sua eco, potente e autorevole, ha amplificato il messaggio del Presidente della Repubblica, sottolineando come la vera forza non risieda nell’accumulo di armamenti o nella pretesa di dominio, ma nella capacità di costruire ponti, di promuovere il dialogo, di coltivare la comprensione reciproca.
La convergenza tra le parole del Capo dello Stato e del Pontefice trascende la contingenza dei singoli interventi, incarnando un’aspirazione universale, un anelito profondo incastrato nel DNA dell’umanità: il desiderio di un futuro in cui il conflitto sia relegato nelle pagine più oscure della storia.
Ma cos’è, veramente, la pace? Non è semplicemente l’assenza di guerra, un vuoto privo di significato.
È un costrutto dinamico, un processo continuo di negoziazione, di giustizia, di equità, che richiede impegno costante e una profonda trasformazione interiore.
Implica la capacità di ascoltare l’altro, anche quando le sue ragioni ci appaiono incomprensibili o inaccettabili.
Richiede coraggio per ammettere i propri errori, per chiedere perdono, per offrire una mano tesa.
Significa costruire società inclusive, in cui ogni individuo possa sentirsi valorizzato e rispettato, indipendentemente dalla sua origine, dalla sua religione, dalla sua ideologia.
La sfida, oggi, è ardua.
Le tensioni geopolitiche, le disuguaglianze economiche, le polarizzazioni ideologiche alimentano un clima di sospetto e di paura che rende difficile il dialogo e la cooperazione.
Ma proprio in questi momenti di crisi, è necessario riscoprire il valore della pace, non come un ideale astratto, ma come un imperativo morale, un investimento nel futuro.
Il messaggio di Mattarella e Leone XIV non è solo un auspicio per il nuovo anno, ma un appello all’azione, un invito a ciascuno di noi a diventare artefici di un mondo più giusto, più pacifico, più umano.
Un mondo dove la forza non sia misurata in termini di potenza militare, ma nella capacità di costruire ponti e di coltivare la speranza.
Un mondo dove la pace, finalmente, non sia un sogno irrealizzabile, ma una realtà concreta e duratura.




