Burlò, processo arenato: cooperazione internazionale e diritto alla difesa a rischio.

La vicenda giudiziaria che coinvolge Mario Burlò, commercialista detenuto in Venezuela e imputato per reati fiscali presso il tribunale di Torino, si è nuovamente arenata, sollevando interrogativi complessi sulla cooperazione internazionale in materia penale e sul diritto alla difesa.

L’impossibilità di instaurare una videoconferenza con l’imputato, nonostante la formale richiesta di rogatoria avanzata dalle autorità giudiziarie italiane, rappresenta un ostacolo significativo per lo svolgimento equo del processo.
La presidente del collegio giudicante, Elisabetta Chinaglia, ha espresso il rammarico per l’assenza di riscontro alla richiesta, sottolineando la delicatezza della situazione e le implicazioni che ne derivano per il rispetto dei principi costituzionali e delle convenzioni internazionali.

L’udienza è stata quindi rinviata al 17 marzo, con l’anticipazione che, in assenza di una soluzione che consenta la partecipazione di Burlò, si renderà necessario lo stralcio della sua posizione processuale, separandola dagli altri imputati.

Questo scenario pone al centro una riflessione più ampia sul delicato equilibrio tra sovranità nazionale e obblighi di assistenza giudiziaria reciproca tra Stati.

La richiesta di rogatoria, strumento processuale volto a ottenere prove o informazioni in un paese straniero, presuppone la collaborazione delle autorità locali, che in questo caso sembra essersi rivelata difficoltosa.

L’avvocato difensore, Maurizio Basile, ha riferito in aula di essere in contatto con il consolato italiano in Venezuela, dimostrando l’impegno costante a favorire la comunicazione e l’ottenimento di aggiornamenti sulla situazione del proprio assistito.
Il messaggio WhatsApp ricevuto a Caracas, datato 3 gennaio, pur segnalando una presunta stabilità istituzionale (“Le istituzioni italiane in Venezuela sono coese e stanno bene”), non fornisce informazioni concrete sulla possibilità di procedere con la videoconferenza, limitandosi a una generica affermazione sulla “situazione dinamica”.
Questa evasività alimenta l’incertezza e mette in discussione la trasparenza e la tempestività delle risposte provenienti dalle autorità venezuelane.

La questione non si limita a un mero problema tecnico o burocratico.

Essa tocca temi cruciali come il rispetto del diritto al contraddittorio, la garanzia di un giusto processo e l’effettività dell’azione della giustizia penale italiana.
L’impossibilità di interrogare direttamente l’imputato, di consentirgli di presentare la sua versione dei fatti e di esercitare pienamente il suo diritto alla difesa, compromette la validità e l’attendibilità del giudizio.
La vicenda solleva anche interrogativi sulla natura e sull’intensità dei rapporti diplomatici e giudiziari tra Italia e Venezuela, e sulla capacità delle istituzioni italiane di tutelare i diritti dei propri cittadini detenuti all’estero.
La situazione evidenzia la necessità di rafforzare i canali di comunicazione e di cooperazione tra i due paesi, al fine di garantire il rispetto dei principi fondamentali del diritto internazionale e di assicurare un’efficace tutela dei diritti umani.
La decisione di stralciare la posizione di Burlò, se dovesse concretizzarsi, rappresenterebbe un riconoscimento, seppur tardivo, delle difficoltà insormontabili incontrate nel tentativo di garantire un processo equo e trasparente.

- pubblicità -
- Pubblicità -
- pubblicità -
Sitemap