Il silenzio avvolge il Lido di Venezia, un’eco malinconica che contrasta con il brulichio estivo che un tempo lo animava.
Le finestre illuminate della casa dei Colusso-Trentini, famiglia ospitante di Alberto Trentini, squarciano l’oscurità serale, quasi a voler proiettare un faro di speranza sull’incertezza che lo riguarda.
Lo striscione “Alberto Trentini libero”, ormai sbiadito dal sole e dal tempo, continua a danzare lievemente, testimone muto di una battaglia silenziosa ma tenace.
Questi mesi, quasi un anno e mezzo, hanno segnato un’era di attesa sospesa, un limbo esistenziale per chi ama Alberto, per chi crede nel diritto alla libertà e per la comunità veneziana intera che si è stretta attorno alla famiglia.
Il riserbo, lungi dall’essere indifferenza, è il frutto di una prudenza figlia della complessità della situazione, un approccio tattico dettato dalla delicatezza delle trattative in corso e dalla necessità di non compromettere in alcun modo il percorso verso il rilascio.
I genitori, Ezio e Armanda, figure emblematiche di resilienza e dignità, hanno scelto la via della compostezza, un silenzio eloquente che riflette la profonda sofferenza e la speranza ostinata.
Le poche manifestazioni pubbliche, come l’anniversario della prigionia, sono state vissute con la consapevolezza che ogni parola poteva avere ripercussioni sulla sorte del figlio.
La cerchia più intima condivide questo approccio, una rete di sostegno discreta ma efficace, unita nel desiderio di un epilogo positivo.
Il coinvolgimento di associazioni come Articolo 21, incarnata dalla voce profonda e appassionata di Ottavia Piccolo, testimonia la rilevanza nazionale della vicenda.
L’iniziativa di portare il pensiero e la richiesta di memoria presso il carcere femminile della Giudecca, alla presenza del Patriarca Moraglia, ha elevato la questione a un livello di riflessione più ampio, intrecciando il destino di Alberto con le istanze di giustizia e compassione.
Il gesto del sindaco Brugnaro, il suo ringraziamento a chi continua a sostenere la causa, è un segnale di incoraggiamento, una conferma del valore della speranza come motore di cambiamento.
L’immagine di Alberto che ritorna a casa non è solo un desiderio personale, ma un simbolo di fiducia nel sistema giudiziario, nella forza del diritto internazionale e nella possibilità di superare le ingiustizie, anche quando sembrano insormontabili.
La sua liberazione sarebbe una vittoria per tutti, un faro di luce che illuminerebbe il cammino verso un futuro più giusto e umano.







