Un’inquietante apparizione ha scosso la quiete di Venezia: un nizioleto contraffatto, con la scritta “Calle dei pickpocket”, è comparso nella stretta Calle della Mandola, un percorso che serpeggia tra Campo Sant’Angelo e Campo Manin, in prossimità del cuore pulsante di Rialto.
L’atto, realizzato con un’abile imitazione dei tradizionali cartelli veneziani che indicano le vie, si configura come un gesto di aperta denuncia, un lamento collettivo che emerge dal tessuto sociale della città lagunare.
L’iniziativa, sebbene firmata da “mani ignote”, rivela un malessere profondo, una crescente frustrazione nei confronti della persistente emergenza della criminalità predatoria che affligge il centro storico.
Non si tratta di un fenomeno recente, bensì di una piaga che da anni erode la serenità dei residenti e mina la percezione di sicurezza dei visitatori.
Il riferimento a Monica Poli, consigliera comunale leghista, soprannominata “Lady pickpocket” per le sue campagne di sensibilizzazione rivolte ai turisti, sottolinea la complessità della questione.
Poli, con il suo approccio diretto e spesso provocatorio, ha cercato di portare all’attenzione pubblica il problema, attirando l’attenzione sui borseggiatori che operano in strada e sui mezzi pubblici.
Il nome scelto per il falso nizioleto è quindi un’ironica eco delle sue iniziative, un modo per amplificare la protesta e stimolare un dibattito più ampio.
La rapida rimozione dello striscione, ad opera dei vigili del fuoco e della polizia locale, non può cancellare il messaggio che esso veicolava.
L’episodio solleva interrogativi cruciali sulla sicurezza turistica, sulla necessità di strategie di prevenzione più efficaci e sull’urgenza di un approccio integrato che coinvolga forze dell’ordine, amministrazione pubblica e comunità locale.
Si tratta di una sfida complessa, che richiede una riflessione profonda sulle dinamiche del turismo di massa, sulla gestione del patrimonio culturale e sulla tutela della qualità della vita dei cittadini veneziani.
La “calle dei pickpocket”, anche solo per un breve istante, è diventata un simbolo tangibile di un disagio diffuso, un campanello d’allarme che il silenzio non può più soffocare.