La scelta di Michele Mariotti, étoile della direzione d’orchestra e figura di spicco del Concerto di Capodanno al Teatro La Fenice, di ostentare al bavero la spilletta simbolo del corpo musicale è un gesto eloquente, un’eco silenziosa ma potente del malcontento che serpeggia tra gli orchestrali e i coristi veneziani.
L’immagine, ripetuta su abiti e cravatte di alcuni spettatori, è divenuta il segno distintivo di una protesta non verbale, un monito solenne che risuona tra le sontuose decorazioni del teatro.
La spilletta, raffigurante una chiave di violino stilizzata, incarna la frustrazione delle maestranze, una comunità di artisti che si considera parte integrante dell’identità culturale del Teatro La Fenice.
La decisione, recente e controversa, di affidare la direzione musicale a Beatrice Venezi, pur riconosciuta per il suo talento, è stata percepita come una palese omissione di dialogo con coloro che rappresentano il cuore pulsante dell’orchestra e del coro.
Questa protesta non è un mero dissenso, ma l’espressione di un principio fondamentale: il valore del coinvolgimento e della condivisione delle decisioni che riguardano il futuro artistico di un’istituzione di tale rilevanza.
Il Teatro La Fenice, con la sua storia secolare e la sua reputazione internazionale, non può prescindere dal consenso e dalla partecipazione attiva delle persone che ne curano l’esecuzione musicale.
La maestranza, custode di un patrimonio culturale immenso, si sente esautorata e non ascoltata.
L’atto di Mariotti, un interprete di fama mondiale, che sceglie di schierarsi apertamente con i colleghi, amplifica la portata della protesta e pone un interrogativo cruciale: come conciliare l’innovazione e la ricerca di nuovi talenti con il rispetto delle competenze e dell’esperienza consolidata all’interno di un’istituzione lirica di eccellenza? La Fenice, simbolo di rinascita e resilienza, deve ora affrontare una sfida complessa: riconciliare le aspirazioni artistiche con la tutela del capitale umano che ne garantisce la grandezza.
La spilletta, in questo contesto, si trasforma in un simbolo di speranza, un invito a un confronto aperto e costruttivo, volto a preservare l’anima musicale del teatro veneziano.






