(di Andrea Bellavita)L’eco di un’inganno: *La Gioia* e la frammentazione dell’ioIl caso di Gloria Rosboch, la docente canavesana tragicamente scomparsa nel 2016 per mano di un manipolatore seriale, ha lasciato un segno profondo nella coscienza collettiva.
Da questa ferita narrativa è germogliata prima un’opera teatrale, *Se non sporca il mio pavimento* di Giuliano Scarpinato e Gioia Salvatori, e ora, con *La Gioia*, l’acuto e complesso film di Nicolangelo Gelormini, vincitore ex aequo del Premio Franco Solinas 2021 e unico film italiano in competizione alle Giornate degli Autori alla Mostra del Cinema di Venezia.
Un’opera che, distribuita da Vision Distribution, promette di scuotere le acque del cinema italiano.
Il film, prodotto da Ht Film, Indigo Film e Vision Distribution in collaborazione con Sky, non si limita a ricostruire i fatti di cronaca, ma scava nelle dinamiche psicologiche che hanno reso possibile un simile dramma.
Al centro della narrazione troviamo Gioia (Valeria Golino), una donna sull’orlo dei cinquanta, imprigionata in una routine soffocante fatta di cure filiali e un’esistenza emotivamente piatta.
Golino offre una performance di rara intensità, delineando una figura complessa, un ibrido tra vittima e artefice del proprio destino.
“Potremmo definirla una vittima – spiega l’attrice – però non è solo quello.
È una donna che ha un po’ della ragazza interrotta, una signora che è rimasta sentimentalmente un’adolescente.
” Questa fragilità latente, questa incapacità di elaborare il lutto e di costruire un’identità autonoma, si rivela terreno fertile per l’abilità manipolatoria di Alessio (Saul Nanni), uno studente inquieto e opportunista.
Alessio, un individuo borderline che utilizza il suo corpo e la sua apparente vulnerabilità per estorcere denaro e attenzione, si presenta a Gioia come un salvatore, un’oasi di novità in un deserto di convenzioni.
La sua capacità di interpretare e di amplificare i desideri repressi della donna, la sua apparente sensibilità, si rivelano strumenti di seduzione devastanti.
La complicità, più o meno consapevole, di figure marginali come Cosimo (Francesco Colella), un amico di famiglia con un passato ambiguo, e la madre di Alessio, Carla (Jasmine Trinca), una cassiera oppressa e rassegnata, contribuisce a creare un ecosistema di dipendenze e di illusioni.
La madre, interpretata magistralmente da Trinca, è una figura chiave per comprendere la complessità della vicenda.
“Non è solo morbosa, ambigua,” rivela l’attrice.
“Evidentemente, non riuscendo a vedere realmente il figlio, proietta se stessa in questa bella creatura che pensa sia fatta a sua immagine e somiglianza, tradendo il patto sacro della figliolanza.
” Questa proiezione, questo desiderio di controllo, si manifesta in un’inversione dei ruoli genitoriali, alimentando un circolo vizioso di dipendenza emotiva.
Nicolangelo Gelormini, in quanto autore, sottolinea come *La Gioia* esplori “l’anticorpo al sentimento dell’amore”, la capacità di una ferita emotiva di contaminare e di distorcere le relazioni.
Il film, quindi, non si limita a raccontare una storia di manipolazione e di inganno, ma affronta temi universali come la solitudine, la ricerca di un’identità e la difficoltà di costruire legami autentici.
Il suo sguardo disincantato rivela le fragilità nascoste dietro le maschere sociali, smascherando le dinamiche di potere che si annidano nelle relazioni umane.
L’ambiguità, elemento chiave nell’economia narrativa del film, pervade ogni personaggio, costringendo lo spettatore a interrogarsi sulla natura della verità e sulla complessità dell’animo umano.
La storia di Gioia è, in definitiva, un monito contro la superficialità dei rapporti e un invito a guardare oltre le apparenze.