La vicenda che coinvolge Rinat Umarov, cittadino uzbeko di 44 anni, si configura come un complesso intreccio di interessi aziendali, dinamiche internazionali e accuse di sequestro di persona con estorsione, sollevando interrogativi sulla responsabilità individuale e sulle implicazioni per la sicurezza di figure apicali in contesti operativi delicati.
La richiesta di quindici anni di reclusione avanzata dal pubblico ministero Beatrice Ronchi, della Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna, testimonia la gravità percepita dall’accusa nei confronti di Umarov, presunto ideatore del rapimento di Stefano Guidotti, dirigente del gruppo Siad in Russia.
Guidotti, responsabile dell’ufficio di rappresentanza del gruppo italiano specializzato in gas tecnici industriali, fu prelevato a Mosca il 28 giugno 2024 e liberato rapidamente grazie all’intervento delle forze dell’ordine russe.
L’irruzione e la liberazione, avvenute in tempi brevi, suggeriscono un’operazione attentamente orchestrata, la cui responsabilità, secondo l’inchiesta, ricadrebbe su Umarov.
Il passato professionale di Umarov, precedentemente legato alla stessa azienda di Guidotti in qualità di consulente, introduce un elemento di complessità al quadro.
La sua successiva allontanamento dall’azienda e i presunti contatti successivi al rapimento, culminati in un incontro a Imola con un manager Siad (in contatto con le forze dell’ordine), delineano una narrazione in cui Umarov avrebbe tentato di negoziare il riscatto.
L’interruzione del contatto, dovuta all’arresto dei sequestratori da parte della polizia russa, ha impedito la concretizzazione del pagamento.
La difesa, rappresentata dagli avvocati Gabriele Bordoni e Gino Bottiglioni, contesta la responsabilità di Umarov, proponendo due strategie difensive: l’assoluzione, sostenendo che il fatto, pur esistendo, non sia imputabile all’imputato, oppure la derubricazione del reato, escludendo l’elemento estorsivo.
L’avvocato Bordoni ha inoltre evocato precedenti episodi simili, in cui Umarov, su richiesta della stessa azienda, si era offerto di intercedere presso le autorità russe per la liberazione del sequestrato, un’azione già intrapresa nel 2018.
La vicenda pone quindi interrogativi sulla natura dei rapporti tra l’azienda, il dirigente sequestrato e l’ex consulente Umarov.
La presenza di Siad come parte civile, attraverso l’amministratore delegato e l’azienda stessa, suggerisce un coinvolgimento diretto nella vicenda e un interesse a tutelare i propri diritti.
Il processo, celebrato in abbreviato, si è concluso con la rimandazione al 25 novembre, data in cui è prevista l’emissione della sentenza, che definirà il destino di Rinat Umarov e chiarirà la complessità di una vicenda che intreccia elementi di criminalità organizzata, affari internazionali e responsabilità aziendale.
L’auspicabile risoluzione del processo dovrebbe portare chiarezza non solo sulle responsabilità individuali, ma anche sulle dinamiche che possono portare a situazioni di grave pericolo per figure professionali esposte in contesti geopolitici delicati.








