Sgombero ad Askatasuna: fine di un’occupazione a Torino

La vicenda del centro sociale Askatasuna, situato a Torino in corso Regina Margherita 47, culmina con un decreto di sequestro e successiva sgombero eseguito dalla Digos, nell’ambito di un’inchiesta più ampia che riguarda gli atti vandalici perpetrati contro sedi di testate giornalistiche, infrastrutture e aziende durante recenti manifestazioni a sostegno della causa palestinese.
L’azione di polizia, concretizzatasi nelle prime ore del mattino, pone fine a un’occupazione protrattasi per oltre vent’anni, segnando la fine di una presenza sociale che, per molti, rappresentava un ultimo baluardo dell’autonomia e dell’attivismo radicale in città.
Il nome Askatasuna, derivato dalla lingua basca, evoca il concetto di libertà, un ideale che ha animato il collettivo fin dalla sua nascita nel 1996.

L’edificio, un complesso di notevoli dimensioni, ospitava una comunità variegata di attivisti impegnati in iniziative culturali, sociali e politiche.

La sua occupazione era diventata un elemento controverso nel tessuto urbano torinese, generando un costante intreccio di tensioni e compromessi tra l’amministrazione comunale e i suoi occupanti.

La scoperta di sei attivisti, residenti in una porzione del palazzo definita inagibile, ha rappresentato una violazione dell’accordo precedentemente stipulato con un comitato di garanti.

Questo patto, volto a definire un progetto di valorizzazione dei beni comuni presenti nell’edificio, prevedeva condizioni precise sull’utilizzo degli spazi e sulla loro accessibilità.
La presenza occulta degli occupanti, in una zona non autorizzata, ha di fatto invalidato tale accordo, aprendo la strada al provvedimento di sequestro e allo sgombero.
La vicenda solleva interrogativi complessi sulla natura dell’autonomia sociale, i limiti dell’occupazione, il ruolo delle forze dell’ordine e le responsabilità dell’amministrazione pubblica nel gestire situazioni di conflitto sociale.

Askatasuna non era solo un edificio occupato, ma un punto di riferimento per un intero movimento di persone che rivendicavano spazi di libertà, di espressione e di azione politica.

La sua chiusura segna un capitolo nella storia dell’attivismo torinese, lasciando aperto il dibattito su come conciliare la tutela dell’ordine pubblico con il diritto alla partecipazione e all’autodeterminazione sociale.
L’episodio, inoltre, pone l’accento sulla delicata questione del rapporto tra memoria storica, diritto alla protesta e gestione del dissenso in un contesto democratico, soprattutto quando le manifestazioni si traducono in danneggiamenti e atti vandalici.
Le indagini in corso, e le conseguenze legali per i responsabili degli atti violenti, sono ora al centro dell’attenzione, mentre la città si interroga sul futuro degli spazi sociali e sulla possibilità di riaprire un dialogo costruttivo con le realtà dell’attivismo urbano.

- pubblicità -
- Pubblicità -
- pubblicità -
Sitemap