L’affermazione secondo cui quasi tutti i magistrati operano a un livello di eccellenza solleva interrogativi profondi sulla capacità del sistema attuale di auto-valutazione e di stimolo al miglioramento continuo.
Un simile dato, se confermato, suggerisce la necessità di un ripensamento radicale dei parametri di valutazione, superando una logica apparentemente inclusiva che rischia di appiattire le differenze e di celare potenziali aree di debolezza.
Il principio del merito, intrinseco a qualsiasi organizzazione complessa e orientata all’efficienza, non può essere relegato a un valore secondario all’interno del sistema giudiziario.
La pubblica amministrazione, e in particolare la magistratura, deve incarnare l’esempio di un’organizzazione trasparente, responsabile e focalizzata sull’eccellenza, in cui i risultati concreti – misurati attraverso indicatori oggettivi e verificabili – siano la base primaria per la valorizzazione professionale e, parallelamente, per l’individuazione e la correzione di errori e inefficienze.
Il dibattito sulla riforma della giustizia, e il referendum popolare che lo accompagna, trascende la mera tecnicalità giuridica.
Riguarda la percezione dei cittadini nei confronti delle istituzioni, la loro fiducia nella capacità del sistema giudiziario di garantire equità, imparzialità e celerità.
Una giustizia percepita come lenta, inefficace o incline a favoritismi erode la fiducia nella democrazia stessa, alimentando un senso di sfiducia che compromette la coesione sociale e la stabilità politica.
Il voto popolare, in questo contesto, assume un significato strategico: non si tratta di approvare o respingere una riforma preconfezionata, bensì di esprimere un giudizio di valore sul sistema giudiziario nel suo complesso, ribadendo l’importanza di un’amministrazione della giustizia efficiente, responsabile e al servizio della collettività.
È fondamentale che i cittadini siano adeguatamente informati sui contenuti della riforma, comprendendo che la sua approvazione, essendo un referendum confermativo senza quorum, esprime una volontà popolare che impone un cambio di passo, una revisione dei processi e una maggiore attenzione alla qualità del servizio offerto.
Il percorso verso una giustizia più credibile e percepita come equa richiede un impegno corale che coinvolga non solo gli operatori del settore, ma l’intera società civile.
È necessario promuovere una cultura della responsabilità, in cui i risultati siano misurati con rigore e la trasparenza sia la norma, non l’eccezione.
Solo attraverso un profondo ripensamento dei modelli di valutazione e una costante ricerca dell’eccellenza sarà possibile riconquistare la fiducia dei cittadini e rafforzare le fondamenta della nostra democrazia.
La riforma, quindi, non è un fine, ma uno strumento per un cambiamento più ampio e profondo, volto a garantire una giustizia effettivamente al servizio dei cittadini.








