L’auspicata riforma del sistema giudiziario, attualmente oggetto di dibattito attraverso il referendum, si presenta come un nodo cruciale per il futuro della giustizia in Italia.
L’ex giudice della Corte internazionale dell’Aia, Cuno Tarfusser, esprime una preoccupazione profonda, delineando scenari potenzialmente deleteri a prescindere dall’esito del voto popolare.
Una vittoria del fronte del “No” non rappresenterebbe un semplice revirement, ma un consolidamento di una situazione già problematica.
Tarfusser teme che tale risultato rafforzerebbe un sistema giudiziario intrinsecamente chiuso su sé stesso, caratterizzato da un’eccessiva centralizzazione del potere e da una rigida disciplina interna che sopprimerebbe qualsiasi impulso riformatore.
La persistente influenza di correnti interne, che si manifesta attraverso processi di nomina e concorsi viziati, perpetuerebbe uno stato di immobilismo che paralizzerebbe la giustizia per anni.
Tuttavia, l’ex magistrato non considera un esito positivo una panacea.
L’approvazione della riforma, pur auspicabile, solleva interrogativi significativi.
L’assenza di una solida base di “norme di attuazione” rischia di trasformare la riforma in una struttura priva di sostanza, un mero involucro privo di contenuto pratico.
Questo vuoto normativo genererebbe un periodo di “pericolosa incertezza”, rendendo la riforma stessa vulnerabile a interpretazioni divergenti e a possibili derive.
Tarfusser sottolinea la sua apertura alla separazione delle carriere, ma critica aspramente la “riforma Nordio”, definendola un’illusione per i cittadini.
L’ex giudice denuncia la sua natura ingannevole, che promette un miglioramento della giustizia ma, in realtà, amplifica la complessità del sistema, triplicando istituzioni, incarichi, costi e burocrazia.
Si tratta, a suo avviso, di un’architettura giudiziaria farraginosa e inefficiente.
In caso di vittoria del “Sì”, la fase successiva, ovvero la stesura delle norme di attuazione, assume un’importanza capitale.
Questa fase è perciò un terreno minato, dove potrebbero insidiare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, principi che, pur con le dovute riserve, sono universalmente riconosciuti come pilastri fondamentali dello Stato di diritto.
Tarfusser esorta, pertanto, a una vigilanza rigorosa, invitando a monitorare attentamente il processo di attuazione, affinché non venga utilizzato come strumento per erodere i valori che i sostenitori della riforma stessi professano.
È un appello alla responsabilità, un monito per evitare che l’entusiasmo iniziale si trasformi in un’amara delusione.

