Ogni anno, l’8 dicembre, Appiano si veste di memoria e di piume, accogliendo circa duemila *Schützen* per commemorare i protagonisti di un capitolo traumatico e complesso della storia altoatesina: gli uomini e le donne che, negli anni Trenta e Quaranta, si opposero all’annessione al Regno d’Italia, definiti “combattenti per la libertà” (*Freiheitskämpfer*).
La cerimonia, giunta al suo 61° anniversario dalla morte di Sepp Kerschbaumer, figura chiave di quel periodo, si articola attorno alla funzione religiosa nella chiesa parrocchiale e al successivo corteo, un suggestivo susseguirsi di cappelli piumati che si dirige verso il cimitero, verso la tomba di Kerschbaumer, luogo simbolo di un’epoca contorta.
Quest’anno, il discorso centrale è affidato all’avvocato Nicola Canestrini, erede di una storia familiare profondamente intrecciata con la vicenda giudiziaria dei *Freiheitskämpfer*.
Suo padre, Sandro Canestrini, figura di spicco nell’ambito legale, scomparso nel 2019 a novantasette anni, fu il difensore di molti degli imputati sudtirolesi nei processi milanesi, un ruolo che lo vide impegnato a navigare le intricate acque della giustizia e della politica in un’Italia desiderosa di assorbire un territorio culturalmente diverso.
L’avvocato Nicola Canestrini, con la sua partecipazione, non solo onora la memoria del padre, ma sottolinea l’importanza di un approccio critico e onesto verso la storia.
Il suo intervento si concentrerà sul dovere civile e giuridico di confrontarsi con il passato senza idealizzazioni, riconoscendone le zone d’ombra e le contraddizioni.
Commemorare non significa glorificare, ma assumersi la responsabilità del presente sulla base di una comprensione completa del passato.
Come egli stesso sottolinea, la storia del Sudtirol offre una lezione fondamentale: la libertà è inestricabilmente legata al diritto, e uno Stato di diritto non può esistere senza il coraggio di abbracciare la verità, anche quando scomoda.
Un elemento particolarmente toccante della commemorazione di quest’anno è la presenza della “Madonna dei carcerati”, una statua che rappresenta un gesto di gratitudine profonda.
Donata dai detenuti sudtirolesi, imprigionati negli anni Sessanta a Milano, fu offerta al cappellano di prigione, Josef Maas, un segno tangibile di speranza e solidarietà in un momento di profonda sofferenza.
La statua, riportata in Alto Adige dallo stesso Maas, oggi novantacinquenne, incarna un ponte tra due realtà, un ricordo vivido del dolore e della resilienza di una comunità.
Essa rappresenta, inoltre, un monito: anche nelle circostanze più difficili, la fede e la compassione possono fiorire, creando legami inaspettati e offrendo un barlume di luce.
La sua esposizione sottolinea l’importanza del perdono, della riconciliazione e della costruzione di un futuro condiviso, un futuro che non dimentichi il passato, ma che lo utilizzi come strumento di crescita e di comprensione reciproca.









