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mercoledì 4 Marzo 2026

Ruchè di Castagnole Monferrato: la rinascita di un vitigno dimenticato

Il Ruchè di Castagnole Monferrato rappresenta un capitolo affascinante nella storia vitivinicola piemontese, un’eco di biodiversità quasi estinta che ha trovato una seconda vita grazie alla lungimiranza e alla dedizione di una comunità e di un uomo.

Questo vitigno autoctono, confinato per lungo tempo in una produzione artigianale e marginale nell’Astigiano, incarna un patrimonio genetico di inestimabile valore, un tesoro riscoperto dal parroco Don Giacomo Cauda negli anni Sessanta, quando il rischio di una sua definitiva scomparsa era imminente.
La storia del Ruchè è intrinsecamente legata al territorio di Castagnole Monferrato e dei suoi dintorni, un paesaggio collinare modellato da millenni di attività umana e caratterizzato da suoli poveri e scisti, ideali per la coltivazione di viti che esprimano un carattere unico e una personalità distintiva.

La sua riscoperta non è stata solo un atto di conservazione agronomica, ma anche un atto di recupero culturale, un tentativo di preservare un’identità territoriale e un’eredità enologica che altrimenti sarebbero andate perdute.

Il riconoscimento ufficiale è giunto a tappe successive: la Denominazione di Origine Controllata (Doc) nel 1987, espressione di una volontà di tutelare e valorizzare il territorio e le sue peculiarità, e successivamente la Denominazione di Origine Controllata e Garantita (Docg) nel 2010, estesa a sette comuni e gestita dal Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato.

Quest’ultima denominazione sancisce l’elevato standard qualitativo e la rigorosa disciplina di produzione che contraddistinguono i vini Ruchè di Castagnole Monferrato, elevandoli a Cru riconosciuto a livello nazionale.

La Vigna del Parroco, con le sue viti storiche, rappresenta il cuore pulsante di questa rinascita, testimone di un passato ricco di tradizioni e custode di un futuro promesso.

È proprio in questa vigna che Luca Ferraris, viticoltore per vocazione e perito agrario, ha scelto di insediare una delle sue etichette, a testimonianza del profondo legame con il territorio e con le sue radici.
La sua avventura, iniziata nel 2001 con una produzione limitata a 10.000 bottiglie, è un esempio di come la passione, la competenza e l’impegno possano trasformare un piccolo progetto in una realtà dinamica e di successo.
La Ferraris Agricola, oggi, impiega dodici dipendenti a tempo indeterminato e commercializza circa 300.000 bottiglie all’anno, raggiungendo un fatturato di circa 1,6 milioni di euro e distribuendo i suoi vini in ben 35 paesi.

Il Museo del Ruchè, creato da Ferraris, è un ulteriore tassello nella valorizzazione di questo vitigno, un luogo dedicato alla sua storia, alle sue tecniche di coltivazione e alle sue peculiarità organolettiche, un invito a scoprire e apprezzare un vino unico nel suo genere, testimone di un territorio ricco di storia e di tradizioni.

La sua espansione globale sottolinea l’interesse crescente verso vini autentici, espressione di un terroir specifico e di una cultura vitivinicola secolare.

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